Siti archeologici

Il guerriero di Capestrano, conservato nel museo archeologico di Chieti, è sicuramente l’immagine più rappresentativa ed emblematica della storia d’Abruzzo. La sua figura, raffinata ed enigmatica, è il simbolo dell’alto livello artistico raggiunto dalle civiltà italiche prima della conquista romana.

Di seguito una descrizione sintetica dei principali siti archelogici d’Abruzzo visitabili, con rimando a link specifici per ulteriori informazioni ed orari e modalità di visita.

Siti archeologici preistorici

Valle giumentina

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Grotta dei Piccioni

Grotta dei Piccioni
Grotta dei Piccioni – fonte beniculturali

La grotta, a 500 metri dall’abitato di Bolognano, ha costituito per diversi millenni un luogo di frequentazione privilegiato, data la sua vicinanza al fiume Orta (PE). Gli scavi attestano l’utilizzo della grotta per un periodo che va dal Neolitico all’Età del bronzo (VI – II millennio a.C.).

In epoca Neolitica (VI – IV millennio a.C.) la grotta appare frequentata soprattutto a scopo cultuale, come attesta il rinvenimento di alcuni circoli in pietra contenenti crani di bambino associati a ceramica, resti faunistici e strumenti litici.

Nell’Eneolitico (III millennio a.C.) la grotta sembra frequentata solo occasionalmente come suggerisce la scarsa quantità di reperti rinvenuti. Frammenti di intonaco e buche di palo testimoniano l’uso propriamente abitativo nella successiva Età del bronzo (II millennio a.C.). [fonte beniculturali]

La maggior parte di questi reperti è oggi conservata al Museo Archeologico di Chieti.

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Grotta a Male

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Grotta a Male – fonte

Nella Valle del Vasto, all’interno del territorio del comune de L’Aquila, nella frazione chiamata Assergi e quindi a poca distanza da S. Pietro della Jenca, si trova “Grotta a Male”. Anticamente era chiamata “Grotta Amare” che in dialetto aquilano significa “difficile”, “impervia”. Questa cavità carsica è la più estesa grotta nota del Massiccio del Gran Sasso e viene considerata la prima in Italia ad essere esplorata nel senso speleologico del termine; l’esploratore fu Francesco de Marchi, il 20 agosto 1573, il giorno dopo la sua ascensione al Corno Grande del Gran Sasso. Nel XX secolo la grotta è stata oggetto di numerosi scavi archeologici che hanno portato alla luce stratigrafie e reperti risalenti al Neolitico, all’Eneolitico ed all’Età del Bronzo. Dai vari studi è emerso che in epoca preistorica veniva utilizzata come luogo di culto e sepoltura, mentre più tardi come fornace atta alla lavorazione dei metalli.

La grotta si sviluppa per circa 480 metri complessivi in lunghezza e raggiunge la profondità massima di -84 metri. È fornita di illuminazione e di un percorso attrezzato che si snoda fra stalattiti e stalagmiti attraversando numerosi ambienti tra cui l’iniziale Sala del Tronco da cui si dipanano vari cunicoli che conducono alla Sala dei Colossi ed al Ramo delle Pannocchie e dei Laghi, dove vi è una sorgente attiva. Un altro cunicolo conduce alla Sala dell’Organo così chiamata per via del suono prodotto dall’acqua, ed alla Sala della Croce, chiamata così per via di una croce incisa sulle pareti dal De Marchi durante la sua esplorazione, che prosegue fino alla Sala De Marchi, dove è visibile un sifone allagato. La temperatura interna è di circa 12 °C mentre l’umidità relativa è superiore al 90%. La temperatura dell’acqua sta tra gli 8 e i 9°C. [ fonte ]

La grotta è fornita di illuminazione e di un percorso attrezzato, assai tortuoso e pertanto consigliato solamente a gruppi equipaggiati.

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Siti archeologici italici o preromani

La necropoli italica di Fossa

Necropoli di Fossa
Necropoli di fossa – wikipedia

La necropoli di Fossa è un sito archeologico dei Vestini presso Fossa, in provincia dell’Aquila. Viene chiamata la “piccola Stonehenge d’Abruzzo” per le sepolture di diverse epoche posizionate come se seguissero un disegno geometrico: dai più piccoli tumoli circolari, alle monumentali tombe a dromos, ai menhir. 

La sua scoperta è avvenuta in maniera casuale nel 1992 durante gli scavi per la costruzione di un capannone industriale. L’area sottoposta a campagne di scavo è di 3.500 m², con circa 500 tombe di tipi differenti (tumuli, fosse, tombe a camera e sepolture infantili in coppi di laterizi) risalenti a tre differenti periodi principali dal IX al I secolo a.C.

Le tombe più antiche sono fatte risalire al popolo dei Vestini e contengono numerosi oggetti di vita quotidiana la cui collocazione nel feretro è spiegata dal vigente culto dell’aldilà, tipico di molte popolazioni del tempo. Ci sono poi tombe circolari fatte di pietre, risalenti all’età del Ferro (X-VIII secolo a.C.) nonché tombe di uomini adulti, caratterizzate dalla disposizione all’esterno di pietre in posizione verticale con altezze (in ordine decrescente) che vanno dal 50 cm ai 4 metri.

La Necropoli fu successivamente utilizzata dai Romani. A questo periodo vengono fatte risalire le tombe a camera con “lussuosi” letti funebri in osso ed avorio scolpiti, ovviamente riservati a personalità di rilievo.

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La necropoli di Campovalano

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La grotta dell’Angelo

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Grotta Sant’Angelo – fonte

La Grotta di San Michele Arcangelo si trova in frazione Ripe di Civitella del Tronto. La Grotta è stata per molti secoli un importante luogo di culto e ancora oggi è meta di pellegrinaggi in onore di San Michele Arcangelo. Vengono celebrate le messe  il 1 maggio e il 29 settembre.

Gli scavi archeologici condotti a partire dagli anni ‘60 hanno restituito reperti che vanno dal Neolitico (V millennio a. C.) fino all’età del Ferro (I millennio a. C.), mentre i resti di epoca medievale sono relativi all’eremo che qui si insediò attorno al XIII secolo.

Un’imponente parete stratigrafica, alta circa 3 metri, custodisce la storia più antica dei popoli italici attraverso materiali di straordinario valore: punte di frecce, raschiatoi e lamelle realizzate con osso di Sus, cilindretti cavi in osso, la ceramica impressa o quella dipinta più antica d’Italia con le famose produzioni di Catignano e Ripoli.   

Ad avvalorare la tesi che nella grotta si praticassero riti di fertilità vi sono i numerosi resti ossei umani, principalmente di soggetti giovani.

Su iniziativa del Parco Nazionale del Gran Sasso-Monti della Laga, è stato allestito un Museo all’interno della Grotta che, attraverso pannelli e immagini, racconta la storia del sito.

Nel vicino Centro Visite di Ripe di Civitella, inoltre, è stata ricostruita una capanna protostorica a scopi didattico-educativi.

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Siti archeologici romani

Parco archeologico di IUVANUM

Siti archeologici - Iuvanum
Siti archeologici – Iuvanum (di Zitumassin – Opera propria, Pubblico dominio, wikipedia)

Questo luogo suggestivo si trova in località Santa Maria del Palazzo, a Montenerodomo (CH), lungo la strada moderna che collega Montenerodomo a Torricella Peligna. Il suo nome deriva probabilmente da iuvenes. E’ stato abitato sin dalla preistoria, come documentano i reperti archeologici conservati al Museo Geopaleontologico di Palena; i resti che si trovano all’interno del sito archeologico, però, sono di epoca romana. Nel Museo Archeologico di Chieti si conservano frammenti architettonici, mensole, cornici, capitelli, ecc.

Resti preromani

Dal territorio iuvanense provengono materiali che attestano un’antica frequentazione. Sulla stessa acropoli è stato intercettato un probabile fondo di capanna dell’età del bronzo (II millennio a.C.), con frammenti di ceramica d’impasto.

I territori italici, prima del riassetto di età romana, erano strutturati in una forma, definita dagli scrittori antichi “paganico-vicana”, che comprendeva presenze sparse ma correlate tra di loro: piccoli nuclei abitati (vici), santuari, fattorie, necropoli e i cosiddetti oppida, cioè siti fortificati d’altura, posti in posizioni strategiche a controllo del territorio.

Periodo romano

I carricini, piccolo popolo del ceppo sannitico, occupavano un territorio compreso tra il fiume Sangro e la Maiella orientale. Plinio nella sua Storia Naturale ne parla distinguendoli in Carecini supernates e infernates, i cui centri principali erano rispettivamente Cluviae (Piano Laroma di Casoli) e Iuvanum.

Come tutti i popoli sannitici, almeno dal V-IV secolo a.C., i carricini ebbero organismi politici di tipo repubblicano, retti dal meddix tuticus, un magistrato che restava in carica un anno con alti poteri giurisdizionali, pubblici e militari.

Nel corso delle Guerre Sannitiche (343-290 a.C.) il territorio carricino venne coinvolto in operazioni belliche che culminarono nella sconfitta dell’esercito locale a opera dei romani nel 311 a.C. a Cluviae. In seguito furono fedeli alleati di Roma fino alla Guerra Sociale.

Il municipium romano fu fondato al termine della Guerra Sociale (dopo l’87 a.C.), su un altopiano caratterizzato da una sorgente d’acqua e attraversato da antichi percorsi ricalcati dalla rete tratturale e dalla moderna viabilità. Furono queste peculiarità a determinare l’origine dell’insediamento, dapprima come luogo di culto e di mercato, in strettissima relazione con l’economia pastorale e con le attività connesse all’allevamento e agli spostamenti delle greggi transumanti.

Dall’età augustea l’area carricina rientrò nella IV Regio (Sabina et Samnium) e gli abitanti di Iuvanum ascritti alla tribù Arnensis.

La città di Iuvanum oggi visibile è il risultato della ristrutturazione “urbana” del precedente insediamento carricino, dopo la costituzione del municipio. L’impianto di epoca romana fu condizionato dalle strutture del periodo sannita e dalla viabilità preesistente che attraversava il pianoro sottostante l’acropoli, fino a quel momento sede di fiere e mercati periodici.

La quota più elevata dell’area, che aveva ospitato sin dalle prime fasi dell’insediamento un santuario connesso ai percorsi tratturali e alla vicina sorgente, mantenne le sue funzioni di luogo di culto, divenendo l’acropoli della città romana. Incastonato nel pendio sud-est del rilievo, il teatro completava il complesso sacro.

La città romana si sviluppò nel pianoro a nord dell’acropoli che, dalla fine del I secolo a.C., venne strutturato in una parte pubblica, con il foro, gli edifici civili e le botteghe, e in una zona residenziale, con abitazioni e aree artigianali. Più a sud, dovevano essere le terme, oggi obliterate da un casale ottocentesco.

Periodi successivi

La città ebbe vita florida per i primi secoli dell’impero, poi il declino, forse accentuato dalle conseguenze del terremoto del 346 d.C.

Dopo secoli d’abbandono, nel XII secolo d.C. (forse prima) monaci cistercensi edificarono sul santuario dell’acropoli la chiesa e il convento di Santa Maria di Palazzo, da cui deriva il nome della località.

A partire dagli anni ’60 sono iniziati degli scavi sistematici che hanno portato alla luce i monumenti cultuali, costruiti sulla sommità dell’acropoli.

Il Museo Archeologico, inaugurato nel 2006, è ubicato al primo piano della moderna struttura museale realizzata in prossimità dell’Acropoli che, a pianterreno, ospita il Museo sulla Storia e Trasformazione del Paesaggio
Accoglie tutto il materiale archeologico rinvenuto nell’intero territorio dei Carecini Infernates.

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Amiternum

Teatro romano di Amiternum
Amiternum – fonte

Amiternum era un’antica città italica fondata dai Sabini, le cui rovine sorgono nei pressi di San Vittorino, a circa 11 km a nord dal comune dell’Aquila. Oggi è possibile vedere solamente un teatro, un anfiteatro e la pianta di una domus, che costituiscono il sito archeologico principale di epoca romana, ma altre importanti testimonianze, tra cui una villa d’epoca romana, sono state rinvenute recentemente nell’area circostante, nei pressi di Coppito e Pizzoli. Il nome Amiternum deriva da amnis (intorno) e Aternum, sui lati del fiume Aterno. L’antico centro italico si sviluppava sui lati del colle oggi chiamato San Vittorino ed era un importante centro di scambi tra il Tirreno e l’Adriatico.

Pur essendo sopravvissuta alla caduta dell’Impero romano d’Occidente, Amiternum visse un periodo di grande decadenza fino a scomparire completamente nel XIII secolo. L’anfiteatro è stato sempre visibile; gli altri edifici e le vie sono state rinvenute con gli scavi dagli anni ’70 in poi.

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Corfinio

Morroni di Corfinium
Monumenti funerari di Corfinium – fonte

Corfinium (oggi Corfinio in provincia dell’Aquila) era un’antica città italica, capitale del popolo dei Peligni. I Peligni appunto, che occuparono la zona sin dal IX secolo a.C. Si ingrandì progressivamente e nel V secolo aveva raggiunto una discreta importanza economica e culturale, conservando una certa indipendenza da Roma.

All’inizio del I secolo a.C. le tensioni tra gli Italici e i Romani portarono alla guerra sociale per la concessione della cittadinanza. La città di Corfinium, per la sua marcata propensione all’indipendenza fu eletta come capitale della Lega Italica; si scontrò più volte con Roma, che ne cambiò più volte in poco tempo lo status giuridico proprio in relazione alla cittadinanza romana. Con la caduta dell’Impero romano d’Occidente la storia di Corfinium seguì quella di molte altre città italiane, subendo saccheggi dalle popolazioni barbariche.

Sui suoi territori fu in seguito edificato un centro medioevale perchè Corfinio divenne sede dell’importante gastaldato di Valva, ricco di vasti possedimenti. Gli scavi, portati avanti a partire dalla fine dell’800, hanno portato alla luce i resti romani sepolti.

Da vedere:  i Murgini, monumenti funerari adiacenti alla basilica concattedrale di San Pelino. Sono monumenti funebri romani del II secolo, costruiti a torre con camera mortuaria; l’Acquedotto delle Vuccole, detto anche delle Uccole o Buccole, collegava il Castrum Radiani (oggi Raiano) con l’antica capitale italica; l’Area archeologica don Nicola Colella si articola in tre zone: l’area di piano San Giacomo, quella dei due templi, e quella del santuario di Sant’Ippolito; Museo civico archeologico Antonio De Nino; Piazza del Teatro con i resti del teatro romano.

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Peltuinum

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Peltuinum, Resti del podio del tempio e perimetro della porticusfonte

Peltuinum è un’antica città italica dei Vestini, oggi compreso nei comuni di Prata d’Ansidonia e San Pio delle Camere, in provincia de L’Aquila, diviso dalla fascia demaniale del tratturo. Sul pianoro attraversato dal tratturo, alla metà del I sec. a.C., fu fondata  la città, pianificata proprio per la gestione e il controllo dei proventi della transumanza, ma anche per lo sfruttamento agricolo, entrambi favoriti dall’affioramento di falde acquifere.

I primi scavi risalgono al 1983 e al 1985. Le tracce archeologiche della presenza vestina sul pianoro sono varie. Una necropoli, indagata per ora solo parzialmente all’esterno del circuito murario romano, ha restituito tombe inquadrabili cronologicamente dal VII secolo a.C. al I secolo d.C. Nelle vicinanze, ma all’interno delle mura, è stata rinvenuta un’altra area sepolcrale certamente precedente all’impianto della città romana.

Un blocco di pietra, rinvenuto nell’area del complesso templare-forense, pertinente ad un livello sottostante il piano romano, mostra una lavorazione ad incasso a forma di H, per ospitare una struttura lignea, collegato da un foro ad una vaschetta circolare. Questo tipo di manufatto sembra essere una peculiarità della cultura vestina, dal momento che sono ne sono stati rinvenuti nel territorio diversi esemplari. L’area fortificata raggiunge una superficie di circa 26 ha. L’intero centro è segnato dal passaggio da est a ovest dalla Claudia Nova, oggi poco più che un sentiero, che costituiva l’asse portante del centro urbano.

Peltuinum è stato dichiarato monumento nazionale.

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Alba Fucens

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Panoramica del sito archeologico di Alba Fucens – fonte

Alba Fucens, oggi nel comune di Massa d’Albe, in provincia dell’Aquila, era una antica città italica nel territorio degli Equi, a ridosso di quello occupato dai Marsi, tanto che molti storici sono incerti nell’attribuzione, ma che Livio la ritiene equa. Alba Fucens divenne una colonia romana nel 304 a.C.. Sorgeva in alto, a quasi 1000 m s.l.m., ai piedi del Monte Velino, a 7 km circa a nord di Avezzano. Il suo nome secondo alcuni deriva dalla posizione dell’abitato dal quale si poteva ammirare l’alba sul Lago del Fucino, ma non sembra convincente, mentre probabilmente vi era un antico culto della dea Alba, corrispondente alla greca Eos, altri sostengono che il nome deriverebbe “dal campo all’intorno, sparso e pieno di sassi bianchi”.

Le campagne di scavo condotte dagli studiosi belgi, a partire dal 1949, e dalla Soprintendenza per i Beni Archeologici dell’Abruzzo dal 2006 hanno riportato alla luce parte dell’abitato, circondato da mura in opera poligonale e suddiviso in isolati regolari al cui interno sono collocati gli edifici pubblici e privati.

 La colonia fu abbellita con numerosi edifici quali il foro, l’anfiteatro, la basilica, il macellum, le terme, l’acquedotto, i templi e il santuario di Ercole, una vasta area circondata da un portico, utilizzata probabilmente anche come mercato degli ovini. La grandiosa statua di Ercole a banchetto, rinvenuta al suo interno e attribuita ad artisti greci, è conservata nel Museo Archeologico di Chieti insieme ad altri reperti.

Su di una collina che domina queste solenni rovine sorge la chiesa di San Pietro, nata sui resti di un antico tempio di Apollo. Il Tempio possedeva una grande legame con l’ambiente, essendo interamente dedicato al Sole e al suo nascere. Un altro luogo spettacolare di Alba Fucens è l’Anfiteatro che per la sua acustica eccezionale si presta tutt’oggi ad essere la location magica e solenne di fantastici concerti. mappa

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Ercole Curino

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Il Santuario di Ercole Curino era uno dei più importanti luoghi di culto dell´epoca romana, dedicato ad Ercole, dio protettore di sorgenti ed acque salutari nonché dei mercanti. Si trova a Sulmona in località Badia, sulle montagne del Morrone tra l’abbazia di Santo Spirito dei Celestini e l’eremo di Celestino V.

Fino al 1957, anno in cui si diede inizio ad una campagna di scavi di grandi proporzioni, si ritenne che gli antichi resti architettonici affioranti dal terreno, nei pressi della località denominata appunto “Fonte d’Amore”, appartenessero alla “Villa di Ovidio”. Le strutture che gli archeologi riportarono alla luce nel corso del decennio successivo indicarono però che non si trattava di un’abitazione, ma di un’opera architettonica di ben maggiori dimensioni, riferibile ad un importante luogo di culto frequentato dalle popolazioni locali dal IV secolo a.C. al II d.C.

Il monumento consta di due terrazzamenti di epoca diversa.  Una scalinata a due rampe consente l’accesso al terrazzo superiore, il più antico, al centro del quale si trova il sacello che conserva parte della ricca decorazione parietale. Il pavimento è coperto da un mosaico policromo. Sulla seconda rampa si conservano la fontana, che prendeva l’acqua da una sorgente posta più a monte, e il donario, blocco di pietra cavo al centro ed originariamente chiuso da un coperchio.

Di rilevante interesse archeologico è il bronzetto di Ercole a riposo (esposto al Museo Archeologico Nazionale Villa Frigerj di Chieti) rinvenuto all’interno del sacello.

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Ocriticum

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L’impianto per la produzione della calce a Ocriticum – fonte

Il Parco Archeologico di Ocriticum consente di visionare una parte dell’insediamento italico-romano di Ocriticum (IV sec.a.C. – VI sec.d.C.), dominato e protetto dal centro fortificato di Colle Mitra, posto sulle alture che chiudono a meridione la Conca Peligna in località Polmare, o Pantano-Tavuto, nel territorio comunale di Cansano.

Gli scavi sono stati avviati nel 1992, in occasione del passaggio del metanodotto e si sono conclusi nel 2005. Oggi l’intera area è protetta nel Parco Archeologico Naturalistico di “Ocriticum”, istituito nel 2004 insieme con il relativo Centro di Documentazione e Visita “Ocriticum” di Cansano, che ospita parte dei reperti rinvenuti nel corso dello scavo. Parte dei reperti provenienti da Ocriticum è conservata presso il Museo civico di Sulmona e il Museo Nazionale Archeologico di Chieti.

 É costituito da un’area che comprende tre edifici sacri, situati su un pianoro circondato dalle montagne. L’area, delimitata da un recinto sacro (temenos), è posta su due livelli terrazzati: il livello superiore ospita i templi maggiori, uno di epoca italica (IV sec. a.C.) dedicato ad Ercole e uno di e- poca romana (I sec. a.C.) dedicato a Giove; nel secondo livello, ad ovest del terrazzo superiore, è conservato il piccolo tempio delle divinità femminili, Cerere e Venere (II sec. a. C.). 

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Schiavi d’Abruzzo

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Tempio italico di Schiavi – fonte

Schiavi di Abruzzo è un comune della provincia di Chieti. Trattasi del comune situato più a sud della provincia, fa parte della Comunità montana Alto-Vastese e tradizionalmente è parte integrante del Sannio. Il territorio fu abitato dal 600 a.C. dai Pentri, una della quattro popolazioni di origine Sabella (oltre ai Caudini, Irpini e Carencini) abitanti dell’antico Sannio. 

Nella valle, 200 metri sotto il paese, si trovano i resti di due templi che risalgono al periodo dell’antichità classica, dal III secolo a.C. circa fino al massimo sviluppo dell’Impero romano. Sono conosciuti come “i templi italici”, con riferimento alle popolazioni italiche di cui facevano parte anche i Sanniti.

Il sito archeologico è situato nel distretto di Colle della Torre lungo la strada di campagna che porta dalla valle del Trigno al paese. Si tratta di due templi paralleli, costruiti uno vicino all’altro, ma in periodi diversi e usando una tecnica di costruzione diversa. Si trovano in una radura terrazzata da un lungo muro in muratura poligonale e ashlar, comprendente la parte occidentale del santuario.

Recenti lavori di scavi hanno incrementato la conoscenza della zona grazie ad alcune nuove scoperte: l’altare monumentale, opposto all’edificio minore, una necropoli che si estende sul versante a sud-est dei templi, usata dal X secolo a.C. fino all’apogeo dell’Impero romano e quindi in parte contemporanea al santuario vicino, e un altro sito religioso lungo il versante, con un edificio composto di due camere abbandonato subito dopo la guerra sociale.

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