Miniere in Abruzzo

Quando si parla di miniere in Abruzzo si pensa non tanto allo sfruttamento minerario, che oggi peraltro è del tutto irrilevante, quanto al tributo di sangue che gli emigranti abruzzesi  hanno versato  alla ricerca del lavoro all’inizio del novecento e nel difficile dopoguerra. Troppo forte è ancora il ricordo della tragedia di Marsinelle (8 agosto 1956): delle 262 vittime  136 erano italiani, 62 erano abruzzesi. Ben 23 erano di Manoppello, un territorio che con le miniere ha una certa familiarità. La tragedia di Marcinelle, in particolare, è parte della memoria collettiva dell’Italia e ogni anno viene ricordata con una forte partecipazione (fig. 4 – monumento a Lettomanoppello); non è l’unica purtroppo, come emerge dal disastro di Monongah (1907), in cui morirono una trentina di abruzzesi, dalle tragedie minerarie di Layland (1915) dove persero la vita 4 abruzzesi e Hillcrest (1914) 9 vittime abruzzesi.

Con la fine del secolo XX si è conclusa l’epoca dello sfruttamento dei giacimenti minerari, lasciando sul territorio un’ampia e diffusa articolazione di testimonianze legate alle attività minerarie che rappresentano un patrimonio di archeologia industriale e un patrimonio culturale, perché l’attività estrattiva ha modellato anche le aggregazioni sociali.

 L’Italia possiede un vasto patrimonio geominerario e l’Abruzzo è una delle regioni in cui l’attività mineraria ha trovato un importante sviluppo tra seconda metà dell’ottocento e la prima metà del novecento.

L’attività legata all’estrazione mineraria  nel corso dei decenni ha fortemente caratterizzato il tessuto socio-economico di piccole comunità interne di collina e di montagna. I racconti degli anziani narrano di donne a cui era affidato il lavoro di trasporto delle rocce sui canestri in testa, mentre agli uomini era riservato il lavoro interno ai cunicoli bui, schiariti solo dalla fioca luce dei lumi (fig. 6). Abruzzesi che con lavoro, sudore e fatica, per decenni e decenni sotto la montagna, hanno cercato di dare una identità nuova ai propri territori.

Le cifre

Secondo il documento “I siti minerari italiani (1870-2006)” (aggiornato fino al 2017) dell’Ispraambiente, in Abruzzo sono stati censiti 40 siti minerari nelle province di Pescara (23), L’Aquila (16) e Teramo (1), mentre non ci sono miniere nel chietino.

L’articolazione per minerale e provincia (fig. 1):
Asfalto e/o Scisti bituminosi: Pescara(21) L’Aquila(1) Teramo()
Bauxite: Pescara() L’Aquila(11) Teramo()
Marna da cemento: Pescara() L’Aquila(4) Teramo()
Altri minerali estratti: lignite, Lignite xiloide, argilla

miniere in abruzzo
fig.1 – Miniere in Abruzzo
miniere in Abruzzo
fig.2 – Tipi di estrazione
miniere in Abruzzo
fig.3 – Miniere nel tempo

La fig. 3 mostra, oltre al numero di aree attualmente in attività (4 in concessione di cui una in produzione), un brusco aumento del numero delle miniere in attività tra il 1890 e il 1895, poi un lungo periodo, fino al 1970, in cui il numero di siti aperti in regione è andato aumentando lentamente, pur tra qualche oscillazione.
Dal 1970 al 1985 l’attività crolla, fino ad assestarsi sui valori che mantiene tuttora.

La fig. 2 mostra l’evoluzione temporale dei minerali della regione. La crescita iniziata alla fine del XIX secolo è legata all’apertura di numerosi siti di Asfalto e Scisti bituminosi ed è mantenuta, a partire dagli anni ’30, dall’aumento dei siti di coltivazione della Bauxite che compensano la chiusura dei siti di Asfalto.
Dopo il 1970 chiudono le miniere di Bauxite e nel decennio successivo quelle di Asfalto, sostituite solo in misura assai ridotta dall’apertura di siti di coltivazione della Marna da cemento, che costituiscono attualmente la porzione maggiore dei siti ancora attivi.

Secondo il PRAE – Piano Regionale Attività Estrattive della regione Abruzzo (2015) due sono le miniere oggi  attive:
Lettomanoppello (Pe) località Colle Rotondo – Impresa Addario Camillo
Cagnano Amiterno (Aq) località  Amiterno  – Impresa SACCI S.p.A.  Miniera Aterno

Una storia antica

Nelle miniere della Majella si cavavano principalmente asfalto e bitume. Sin dall’antichità i contadini scaldavano le “pietre nere” per ricavarne bitume utile ad impermeabilizzare pali di legno e staccionate, la marcatura delle greggi e altro. Il bitume è il più antico materiale a disposizione dell’uomo per impermeabilizzare e sigillare.

Le prime tracce dello sfruttamento minerale della Majella si datano al neolitico (nella Grotta dei Piccioni è stato rinvenuto un panetto di bitume datato circa 4.700 a.C.), per arrivare al I secolo d. C., dove il ritrovamento in valle Pignatara di un panetto con bollo di Telonius Sagitta, conservato nel Museo Nazionale di Chieti, attesta che i romani cavavano bitume da queste parti (fig. 8).

L’utilizzo di queste importanti risorse minerarie poter calafatare le navi proseguiva ancora in età medievale, come dimostrato dal rinvenimento di monete della Repubblica d’Amalfi (secc. XII-XIII) presso l’ex chiesa di Santa Liberata. Pare che anche la Repubblica di Amalfi si riforniva qui per il bitume necessario alle proprie navi.

Ma è in epoca moderna, tra la fine dell’ottocento e l’inizio del novecento, che venne organizzata in forma industriale lo sfruttamento rendendo tale bacino uno dei giacimenti di rocce asfaltiche e rocce bituminose più importanti dell’Italia meridionale.

Le concessioni passano progressivamente da piccoli imprenditori locali a grandi gruppi, anche stranieri, come la tedesca Reh e C (fig. 9 – pilastrino con le iniziali) e l’inglese N.A.C., poi nazionalizzati durante il fascismo.

Anche dal punto del lavoro si passa dall’utilizzo delle donne per trasportare a mano o sulla testa i materiali, alla progettazione di trenini a scartamento ridotto e/o di teleferiche, di strade, di ponti e gallerie e, a valle, di grandi stabilimenti per la produzione e lavorazione dei materiali, con la creazione di diverse centrali elettriche.

Informazioni sulle miniere di bitume della Maiella breve storia guida storia

Valorizzazione dei siti minerari dismessi

Da qualche anno matura sempre più la consapevolezza di mantenere viva la testimonianza della cultura e della storia delle attività relative allo sfruttamento geominerario.  Questa sensibilità si è sviluppata in forme molteplici:  attraverso la creazione di un percorso museale innovativo e dinamico che racconti l’attività legata all’estrazione mineraria; attraverso l’istituzione di una “Giornata Nazionale delle miniere” con eventi locali; attraverso la messa in sicurezza dei siti e la possibilità di organizzare visite guidate attraverso associazioni locali. Lo scopo finale è quello di conservare la memoria collettiva e stimolare un turismo di qualità, consapevole e culturalmente preparato.

L’ISPRA (Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale) promuove dal 2009 la una “Giornata Nazionale delle miniere”  (30 e 31 maggio) con una varietà di eventi sul territorio che va dalle visite guidate e itinerari geoturistici a seminari, presentazioni di libri e conferenze, mostre fotografiche, concerti, laboratori didattici per le scuole, spettacoli teatrali, etc. 

E’ stata creata una apposita rete di parchi e musei minerali denominata REMI, a cui per l’Abruzzo aderisce il geosito miniera di bauxite di Lecce nei Marsi.

Tra i progetti realmente concretizzati  di documentazione il più completo è il progetto VALSIMI. Si tratta di un progetto finalizzato alla Valorizzazione dei SIti MInerari dismessi che, attraverso la creazione di un percorso museale innovativo e dinamico, racconta l’attività legata all’estrazione mineraria, che nel corso dei secoli ha fortemente caratterizzato il tessuto socio-economico dei Comuni di: Abbateggio, Lettomanoppello, Manoppello, Roccaramorice, San Valentino e Scafa. Nel sito sono presenti articoli, tante foto storiche e diversi video con interviste ai diretti protagonisti.

Ad Abbateggio è stato realizzato un ecomuseo all’aperto chiamato “Ecomuseo Valle del Lejo”, nel quale sono stati collocati i macchinari impiegati per il trasporto e la lavorazione del bitume, oltre ad altri utensili in uso ai minatori. Sono stati ripristinati i sentieri che dal paese conducono alle miniere del Pilone e del Cusano attraverso tracciati che danno luogo ad un vero e proprio parco geominerario [mappa].

Tra le importanti novità che riguardano l’Abruzzo si evidenzia sicuramente la candidatura del Parco Nazionale della Majella, che al momento sta lavorando congiuntamente con quello del Gran Sasso e dei Monti della Laga, per ottenere il riconoscimento a Geoparco dell’UNESCO.

Un’azione encomiabile di divulgazione è svolta da gruppi specializzati nelle esplorazioni: GRAIM (Gruppo di Ricerca di Archeologia Industriale della Majella, un’associazione informale che comprende al suo interno referenti di associazioni e territorialità diverse), speleoclubchieti, Associazione “La Scintilena”, myoutdoor.it.

Miniere visitabili

I siti minerari sono situati in luoghi non facilmente raggiungibili. Per questo è consigliabile una visita con guida: ci si può muovere in sicurezza, si possono avere utili consigli per abbigliamento ed attrezzature e si possono avere ulteriori informazioni contestuali.

Una credenza popolare che non ha trovato nessun riscontro è quella che la Maiella custodisse nelle sue profondità filoni d’oro e d’argento: ha sempre stimolato la fantasia degli abitanti dei paesi posti alle sue falde e soprattutto quella dei pastori, ma senza risultati.

Molti invece sono i riflessi delle attività estrattive sul quadro toponomastico regionale, secondo la prof.ssa Concettina Pascetta dell’Università dell’Aquila.

Il Vate “minatore”

Gabriele d’Annunzio diciannovenne, studente alla Sapienza, ci ha lasciato una bella testimonianza sui minatori nel resoconto di un viaggio in Sardegna nel 1882, con visita alla miniera di Masua.

D’Annunzio conosceva già gli odori, il paesaggio, la vita intorno alle miniere, le cave, le pietre lassù sulla Maiella Madre che descriveva con maestria veristica: «…dalla parte delle cave di Manoppello giungevano buffi pregni di asfalto, a tratti: e a tratti giungeva anche la cantilena ultima della capraia là tra mezzo ai ginepri d’una bassura» (da “Terra vergine” -1882); «Passava una fila di carretti carichi di gesso, e i grossi carrettieri di Letto Manoppello, pieni di vino, sdraiati sui sacchi fumavano» (da “Le novelle della Pescara“: ‘La vergine Orsola’ -1884).

La storia delle miniere abruzzesi è una storia di duro sacrificio accettato da comunità interne assetate di lavoro. E’ una storia di sacrifici e di fatiche, di lutti e stenti, ma testimonia lo spirito di laboriosità, solidarietà e di unione di queste piccole comunità, la cui storia ed identità si è arricchita di pari passo con l’evoluzione dell’attività estrattiva nelle cave di pietra. Peccato che le leggi dell’economia abbiano posto fine a questa opportunità, lasciando come unica alternativa l’emigrazione. E’ una storia dura, ma è anche una bella storia.

Link utili per miniere in Abruzzo


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