L’Abruzzo di Silone

Il territorio marsicano è al centro della produzione letteraria di Ignazio Silone che, in linea con la propria ideologia, riveste di connotati simbolici e di significati sociali gli elementi del paesaggio: la montagna conquistata a un’agricoltura di sussistenza, la piana creata in seguito al prosciugamento del lago del Fucino negli ultimi decenni dell’Ottocento e destinata a una fiorente attività agricola intensiva, i borghi cresciuti alle pendici dei monti e ai margini del lago scomparso, le città culturalmente lontane, la lotta tra “cafoni” 1 e padroni, la dura vita degli uomini e degli animali, il difficile riscatto e il pericolo dei falsi miti.

Ignazio Silone
Ignazio Silone

Ignazio Silone, come scrittore e come pensatore, è stato apprezzato prima all’estero che in Italia, dove la sua produzione letteraria ha suscitato l’attenzione della critica soprattutto a partire dalla metà del Novecento, in modo particolare dopo Uscita di sicurezza (1965). Il suo nome è stato candidato al premio Nobel ben 10 volte, tra il ’46 e il ’63. Gli studi più recenti lo hanno riconosciuto come uno degli autori più complessi e sfuggenti del Novecento italiano, talvolta superficialmente relegato in una “corrente letteraria tardoverista”; in ogni caso le varie etichette letterarie sono apparse parziali e limitanti per un personalità dalle tante sfaccettature, le cui vicende personali hanno avuto ripercussione sulle sue scelte politiche e su tutta la sua produzione letteraria.

La vita culturale era animata dagli scrittori attivi di quegli anni, così come dai movimenti letterari predominanti (D’Annunzio, Pascoli, i Crepuscolari, i Futuristi). Da parte sua, Silone si affermava piuttosto con un rapporto di opposizione a queste correnti sia per la concezione della vita che per quella della poetica. Del resto si mostrava lontano dall’idealismo di Benedetto Croce che dominava nel campo filosofico.

Silone è stato prima dirigente del movimento operaio poi romanziere ed intellettuale fautore della libertà di cultura. Le tematiche sociali sono ricorrenti nella sua poetica si legano agli ideali antifascisti e al pensiero marxista, si intrecciano alla dottrina sociale della Chiesa e al solidarismo di matrice cristiana, all’utopia religiosa e all’utopia politica, intrise entrambe di “francescanesimo”, nell’accezione ioachimita e spiritualista, e di tendenze anarchiche. Ma il pensiero di Silone non si può scindere dalla sua difficile esistenza personale, dalle sue travagliate scelte politiche, dagli attacchi personali ricevuti (quelle che oggi chiamiamo fake news), dalla scrittura letteraria come riscatto e via d’uscita.

E non si può fare a meno di notare, con amarezza, che il successo o meno di un autore valorizzato dalla critica internazionale è stato veicolato o, per meglio dire, ritardato in Italia dalla ideologia politico-culturale dominante di cui Silone non faceva più parte e che, anzi, combatteva.

Non si vuole in questa sede approfondire le tematiche siloniane né analizzare le sue opere dal punto di vista della critica letteraria. Il punto di partenza è l’articolo sull’Abruzzo del Touring Club del 1948, un articolo apparentemente molto duro sulle origini, sullo sviluppo e sulle prospettive della vita e della mentalità degli abruzzesi.

In Uscita di sicurezza (1965) afferma, con sguardo retrospettivo:

Tutto quello che m’è avvenuto di scrivere, e probabilmente tutto quello che ancora scriverò, benché io abbia viaggiato e vissuto a lungo all’estero, si riferisce unicamente a quella parte della contrada che con lo sguardo si poteva abbracciare dalla casa in cui nacqui. È una contrada, come il resto d’Abruzzo, povera di storia civile, e di formazione quasi interamente cristiana e medievale. Non ha monumenti degni di nota che chiese e conventi. Per molti secoli non ha avuto altri figli illustri che santi e scalpellini. La condizione dell’esistenza umana vi è sempre stata particolarmente penosa; il dolore vi è sempre stato considerato come la prima delle fatalità naturali; e la Croce, in tal senso, accolta e onorata. Agli spiriti vivi le forme più accessibili di ribellione al destino sono sempre state, nella nostra terra, il francescanesimo e l’anarchia. (Uscita di sicurezza, pag. 64)

La Marsica di Silone è essenzialmente circoscritta alla conca del Fucino, alle montagne che la circondano e agli abitati pedemontani che gravitano sulla piana: Pescina, dove lo scrittore nacque e trascorse la prima giovinezza fino al terremoto distruttivo del 1915, Luco, Trasacco, Ortucchio, esplicitamente menzionati negli scritti siloniani, la cittadina di Avezzano, che è teatro di uno dei capitoli più amari e grotteschi di Fontamara, San Benedetto, Collarmele, Cerchio, Aielli, Celano, il cui castello domina il territorio circostante.

La produzione saggistica e narrativa di Ignazio Silone tende a promuovere la conoscenza dell’Abruzzo nei suoi aspetti storico-sociali, culturali, paesaggistici e a dissolvere le immagini “da cartolina” che vengono talvolta attribuite all’Italia meridionale. Così scrive nella prefazione di Fontamara:

Questo racconto apparirà al lettore straniero, che lo leggerà per primo, in stridente contrasto con la immagine pittoresca che dell’Italia meridionale egli trova frequentemente nella letteratura per turisti. In certi libri, com’è noto, l’Italia meridionale è una terra bellissima, in cui i contadini vanno al lavoro cantando cori di gioia, cui rispondono cori di villanelle abbigliate nei tradizionali costumi, mentre nel bosco vicino gorgheggiano gli usignoli. Purtroppo, a Fontamara, queste meraviglie non sono mai successe. I Fontamaresi vestono come i poveracci di tutte le contrade del mondo. E a Fontamara non c’è bosco: la montagna è arida, brulla, come la maggior parte dell’Appennino. Gli uccelli sono pochi e paurosi, per la caccia spietata che a essi si fa. Non c’è usignolo; nel dialetto non c’è neppure la parola per designarlo. I contadini non cantano, né in coro, né a soli; neppure quando sono ubriachi, tanto meno (e si capisce) andando al lavoro.

Nel rifiuto polemico di una identità regionale fondata sulla retorica e sullo stereotipo culturale Silone elabora un testo di carattere etnogeografico. Non è casuale quindi il suo coinvolgimento, 18 anni dopo (1948), nella redazione del volume del Touring Club Italiano dedicato all’Abruzzo, di cui scrive la prefazione. Le caratteristiche fisiche della regione e l’indole degli abitanti rispecchiano tratti di arcaicità, rapporto primitivo con la natura, diffidenza nei confronti del progresso e sostanziale estraneità ai processi storici: Silone, pur negando il “pittoresco” e il “turistico”, rappresenta “l’alterità” mistica dell’Abruzzo e ne dà una giustificazione geografica, caratteriale, etica. (fonte, pag. 193)

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640px Casa museo Ignazio Silone
Museo Ignazio Silone a Pescina
640px Silone Lombardo Pertini
Silone con Ivan Matteo Lombardo e Sandro Pertini al XXIV Congresso del PSI (PSIUP) di Firenze del 1946

L’Abruzzo di Silone

“Il destino degli uomini nella regione che da circa otto secoli viene chiamata Abruzzo è stato deciso principalmente dalle montagne.

La natura impervia del territorio ritardò nell’antichità l’unificazione dei popoli di varia origine che l’abitavano, gli Equi, i Marsi, i Peligni, i Vestini, i Marrucini, i quali rimasero separati ed ostili anche dopo che Roma aveva già esteso le sue leggi a tutto l’Occidente. E le stesse cause fisiche contribuirono più tardi a sottrarre la vita abruzzese, almeno in notevole misura e con grave ritardo, al moto umanistico del Rinascimento, all’influenza giacobina delle armate napoleoniche, e alle stesse cospirazioni per l’unità nazionale. […]

Essi si sono dunque trovati in grave difficoltà per l’elaborazione di una propria storia coerente e di una civiltà propria da proporre alle altre regioni del paese, ma nella condizione più propizia per formarsi un forte e chiuso carattere; come si rivela ancora oggi a chiunque dai piccoli centri urbani ne risalga le anguste valli. La vita vi si svolge tuttora in forme severe, umili, dure, scarne, appena protetta da rudimentali veli ed orpelli, e i fatti essenziali della condizione umana (il nascere, l’amare, il soffrire, il morire) vi costituiscono press’a poco «tutto quello che succede».

Le montagne sono dunque i personaggi più prepotenti della vita abruzzese, e la loro particolare conformazione spiega anche il paradosso maggiore della regione, che consiste in questo: l’Abruzzo, situato nell’Italia centrale, appartiene in realtà all’Italia meridionale.

A spiegazione di ciò si evoca in primo luogo, e a giusta ragione, la storia: poiché la regione ricevette il nome di Abruzzo, verso il 1170, dopo l’annessione al regno di Sicilia; e in seguito – salvo brevi periodi di conquista franca, pontificia e austriaca – ebbe sempre la stessa sorte politica dell’Italia meridionale, trovandosi volta a volta governata dai Normanni di Capua, dai Normanni di Puglia, dai Normanni di Sicilia, dagli Svevi, dagli Aragonesi, dai Castigliani, e infine, dopo il 1759, dalla dinastia dei Borboni designata dalla corte di Madrid a reggere l’intero Reame. l tre secoli della corruttrice, avvilente, retrograda dominazione spagnuola, che precedettero l’unificazione nazionale, furono decisivi per rendere l’Abruzzo, nel civico costume e nell’economia, una regione prettamente meridionale. [..]

Né la costa marittima, che segna il termine orientale della regione, può considerarsi un’apertura verso il resto del mondo e fungere quindi in qualche misura da naturale compenso per la parte montuosa, poiché quel tratto del litorale è il più rettilineo, il più unito e importuoso di tutto l’Adriatico. Anzi, la stessa regione costiera non sfugge all’egemonia diretta della poderosa barriera dei monti, dalla quale è privata del benefico influsso dei temperati venti tirrenici e soffre pertanto di una rigidità di clima insolita in contrade marittime della stessa latitudine.

Nel quadro severo delle sue montagne e nelle difficili condizioni di esistenza da esse determinate, il profilo spirituale dell’Abruzzo è stato modellato dal cristianesimo: l’Abruzzo è stato, attraverso i secoli, prevalentemente una creazione di santi e di lavoratori.

[…] E questo si rivela, a prima vista, anche al forestiero più distratto, per l’assoluta inferiorità costruttiva dell’architettura civile rispetto a quella religiosa: non sono infatti pochi i luoghi d’Abruzzo, tanto urbani che rurali dove, a chiunque abbia gusto ed interesse per le creazioni dell’arte, dopo aver visitato le chiese e i conventi, resta poco o nulla da vedere.

L’Abruzzo è pertanto fra le regioni più cristiane d’Italia. […] La nuova religione vi fu professata subito da uomini che l’accolsero in tutto il suo rigore, alieni dalle facilitazioni costantiniane, secondo attesta la memoria di un monachesimo autoctono, diverso da quello farfense e vulturnense e anteriore a San Benedetto.

[..] Numerosi cenobi si formarono dunque nelle montagne abruzzesi, specialmente nella Maiella, durante le lotte acerbe che desolarono il paese e lo gettarono in preda alle discordie e al banditismo. Pur evitando l’aperta eresia, quel rigoglio di vita ascetica rimase al di fuori della vita ufficiale della chiesa e accolse in sé, adattandole al proprio genio, le ispirazioni affini delle correnti benedettine, gioachimite e francescane. Così, tra l’altro, si costituirono sulla contrada della Maiella i celestini, anacoreti seguaci della regola benedettina più stretta, riuniti in congregazione nel 1264 per iniziativa di Pietro da Morrone, più tardi papa Celestino V, allo scopo di restaurare l’ideale e il costume del primitivo monachesimo cristiano, assai decaduto nel XIII secolo. E allo stesso fine, e per impulso dello stesso fondatore, sorsero i «poveri eremiti di Celestino», minoriti rigidi, più tardi soppressi, tra i quali furono accolti alcuni francescani della corrente degli spirituali che aspettavano l’avverarsi di alcune previsioni del calabrese abate Gioacchino di spirito profetico dotato, e tra l’altro l’incoronazione di un «papa angelico». Quest’ultima profezia sembrò realizzarsi nel 1292 quando Pietro da Morrone fu eletto Papa; ma fu breve speranza, perché, dopo cinque mesi di penosa esperienza, durante i quali si cercò di compromettere il nuovo papa nelle meschine e acerbe lotte tra gli Orsini, i Colonna e i Caetani che si agitavano nella stessa Curia, egli pronunziò solenne rinunzia al papato, compiendo un gesto senza esempio nella storia della Chiesa. […] E in quel senso San Celestino V è certamente da ammirare come il più abruzzese dei Santi: non si può capire un certo aspetto dell’Abruzzo senza capire lui.

Ma quella decisiva prevalenza dei cenobi e dei conventi nel modellare la struttura spirituale dell’Abruzzo, in quel periodo di sua prima formazione, venne facilitata da molteplici altre circostanze, e tra l’altro dall’assenza di corti principesche nella regione e dal carattere esoso, violento e incolto dei baroni e dei conti, quasi sempre forestieri, che si avvicendavano nei suoi castelli. Non erano pertanto nelle dimore dei vassalli, ma nei conventi, i centri effettivi della storia abruzzese; […]

E furono tali qualità che più tardi preservarono l’Abruzzo dagli eccessi ornamentali del barocco; come le stesse qualità si ritrovano nella resistenza ulteriore dell’Abruzzo cristiano e medioevale alla modernità in tutte le sue forme. Vi sono ancora oggi molteplici tracce dell’influenza secolare della liturgia cattolica nel costume, nel parlare, nel cantare del popolo. E le leggende popolari tuttora in corso, specialmente nei luoghi di montagna, contengono curiose appropriazioni di fatti e personaggi biblici, per cui Erode, Pilato, la sua domestica, il comandante delle sue guardie ed altri personaggi di quella leggenda sono dichiarati d’origine abruzzese.

Ma il relativo successo di quella conservatrice resistenza e la nota riottosità degli Abruzzesi, anche in epoca recente, ad accettare le novità della civiltà meccanica e le idee e i costumi a essa adeguati, sono da spiegare con altre cause fondamentali, e in primo luogo con le stesse che hanno determinato una persistente prevalenza nella vita abruzzese dell’elemento rurale sull’urbano. […]

I più recenti avvenimenti hanno modificato i dati essenziali di questo profilo spirituale meno di quel che può sembrare a prima vista. Poiché difatti, i terremoti le guerre i rivolgimenti politici e sociali, con i movimenti di popolazione ch’essi comportano, hanno portato a termine, anche in Abruzzo, la diffusione di usi e costumi della città fino nei luoghi più appartati della campagna, favorendo un’assimilazione, almeno nei tratti esteriori, della vita locale con quella più vasta e generica della nazione.

Ma il carattere non risiede neppure nella condizione economica; e, d’altronde, nell’Abruzzo d’oggi si può riscontrare una stratificazione dei tipi produttivi più remoti, per cui, chiunque dai centri urbani risalga le valli, passa rapidamente dalla civiltà moderna a quella antica, fin dove la scarsezza d’acqua e dei prati da foraggio favorisce il perpetuarsi di abitudini pastorali primitive, come l’allevamento brado e la transumanza degli ovini. Ma con ciò non si vuole affermare che il carattere abruzzese sia immutabile: essendo stato prodotto dalla storia, esso può essere sciolto e modificato dalla storia. Esso tuttavia resiste a lungo, e si ritrova nei centri moderni, in pieno sviluppo industriale e commerciale, come pure nei poveri lavoratori che spinti dal bisogno hanno abbandonato la patria e si sono stabiliti nelle Americhe, in condizioni di esistenza assai diverse dalle native. E questo perché la storia, che quel carattere ha formato, è stata spesso assai dura, oscura e penosa, in un ambiente naturale quanto mai aspro, tra i più tormentati dal clima, dalle alluvioni, dai terremoti.

Il carattere peculiare dell’uomo abruzzese non tralignato è dunque un’estrema resistenza al dolore, alla delusione, alla disgrazia; una grande e timorosa fedeltà; una vile accettazione della «croce» come elemento indissociabile della condizione umana.”

Il quadro che Silone ci mostra della identità abruzzese è alquanto severo e oggi ci sembra riferito ad una realtà arcaica.

In un articolo del 20 gennaio 1963 Silone risponde ad una critica mossagli da Jacques Sorel, secondo il quale le sue descrizioni forniscono l’immagine di un paesaggio eccessivamente fosco e rappresentano l’entroterra abruzzese
come una contrada fra le più miserabili d’Europa.

«In esilio Silone ha ricreato nei suoi libri il proprio paese e questa contrada, una delle più miserabili e forse delle più brutte d’Europa, ma che ci sembrerà bella ormai perché gli occhi di uno dei suoi figli ce l’hanno detto».

Silone ritiene giustificato il «rimprovero» e spiega, con un “apologo”, il significato profondo della propria rappresentazione e della propria vocazione di scrittore.

L’Abruzzo è una bellissima regione, ha montagne superbe, laghi quasi alpestri, marine incantevoli, il Parco nazionale. Senonché è un errore attribuire al paesaggio di un romanzo il significato naturalistico di un album fotografico o di un film documentario. In un romanzo il paesaggio è parte integrante dei personaggi, delle situazioni e dei problemi rappresentati
[…] A mio parere Pietro Spina […] si può muovere solo in quel dato paesaggio e non in un altro. Ma io stesso sono diventato pienamente consapevole di questo distacco tra il paesaggio dei miei romanzi e quello dell’Abruzzo, in un viaggio intrapreso l’anno scorso con mia moglie
.

Più recentemente G. D. Basile in Borgese, Jovine e Silone prefatori per il Touring Club Italiano prende in esame il dibattito sui processi di “orientalizzazione” 2 del Mezzogiorno italiano. La prefazione di Silone conferma la tendenza ad avviare la narrazione con un quadro sintetico delle caratteristiche orografiche, fisiche e geografiche, una scelta che ancora una volta conduce a una condizione di staticità derivante dalle specifiche territoriali, stavolta con toni cupi e un profondo senso di claustrofobia.

Sebbene, dunque, Silone rifiuti ogni riferimento a topiche di tipo pittoresco – né allegri costumi contadini e pastorali, né suggestivi paesaggi e siti architettonici – la rappresentazione del ‘suo’ Abruzzo ribadisce la sostanziale alterità delle regioni dell’Italia meridionale rispetto alla modernità europea; ancora una volta una regione geograficamente ben definita si muta in un altrove, proposta come un passato mai veramente passato o radicale alternativa di civiltà. Anche l’Abruzzo di Silone è legato ai processi culturali e letterari di ‘orientalizzazione’ che (forse inconsapevolmente) egli ripropone nell’Italia repubblicana: un ‘orientalismo’ per certi versi estremo, antipittoresco e non legato a prospettive di fruizione estetica ma originatosi proprio dalla volontà di negare – in un volume del Touring Club – lo sguardo turistico; una radicalizzazione quasi mistica dell’alterità meridionale che nasce, forse, dai fraintendimenti estetici e politici del Sud d’Italia di cui il meridionalismo stesso si nutre fin dalle sue origini. (fonte, pag. 9)

Nelle opere di Silone si evince un’ambiguità di fondo. Da un lato gli scritti hanno valore conoscitivo e tentano una resa oggettiva, dall’altro seguono il filo emozionale della memoria, interpretano simbolicamente, tratteggiano aspettative e ideali. Lo studioso, che indaga sulla realtà, si affianca al narratore/protagonista che vive e ha vissuto quella realtà e quindi non può essere completamente “onesto” e attendibile. L’archivio di dati si contrappone a quello della memoria, gli avvenimenti si ammantano di un relativismo conoscitivo.
I luoghi sono i catalizzatori dell’esperienza esistenziale e della visione personale dell’autore. (fonte, pag. 194)

Fontamara è dunque «la regione letteraria che egli ha creato» ha scritto Mario Pomilio, ma «anche se è una sorta di scenografia dell’anima». Il territorio fisico diventa un paese quasi mitologico, ed è trasformato dall’artista in «zona ideologica». Se allora, la letteratura siloniana richiamò l’interesse del mondo attorno alle storie e alle contrade fontamaresi, è perché, come ha scritto ancora Pomilio (“II Tempo”) «dietro il narratore che parla dell’Abruzzo c’è un uomo che ha fatto esperienze dell’Europa in uno dei momenti cruciali del secolo e che, attraverso le vicende dei poveri contadini marsicani, ha offerto una metafora del dolore e delle premonizioni di tutta un’epoca».
Fontamara, dunque, in ultima analisi, è un paese reale o mitologico, geografico o fantastico? O l’uno non può prescindere l’altro?
Secondo Carlo Indiana bisogna leggere Luce d’Eramo e il suo saggio su Silone: «II contributo più interessante portato dalla d’Eramo all’interpretazione di Silone – ha scritto su “II Mezzogiorno” – è forse la riscoperta delle radici della sua ispirazione nella terra d’Abruzzo. In tutti i romanzi e i racconti di Silone, infatti, è sempre lo stesso paesaggio, la stessa atmosfera, persino gli stessi personaggi del suo paese natale che ritornano, di volta in volta, proiettati in situazioni diverse.
E, paradossalmente, l’universalità dello scrittore, la sua capacità di parlare ai lettori di ogni parte del mondo, più ancora forse che dalla sua problematica politico-religiosa, deriva dalla sua fedeltà nel descrivere la più profonda sostanza umana di quella contrada, insieme geograficamente individuata e poeticamente fantastica, che è – come il profondo Sud di Faulkner o la provincia francese di Mauriac – la terra d’Abruzzo, punto continuo di partenza e di ritorno».
D’altronde la grande letteratura moderna offre confronti illuminanti.
La Fontamara di Silone è come la Macondo di Màrquez o la Yoknapatawpha di Faulkner. (fonte, pag. 50)

Secondo Piovene la forma di elevazione che più ha interessato Silone è soprattutto quella degli oppressi:
il riscatto attraverso la ribellione.

Dietro la descrizione apparentemente cupa dell’Abruzzo e degli abruzzesi c’è anche la riscoperta di un’utopia che se non si è spenta né in religione, né in politica, è perché essa risponde ad un bisogno profondo radicato nell’uomo:
il bisogno della verità e dell’amore, o dell’amore per la verità. Per questo Silone, dice Ugoberto Alfassio Grimaldi, «cresce insieme socialista e cristiano, ribelle per amore, apostolo di lotta tra i suoi cafoni».

Silone insomma parla sempre di una remota zona di una regione impervia, ma parla a tutte le persone del mondo che si trovano nella stessa situazione, a tutte le zone rurali che sono contrapposte all’urbano, a tutti gli uomini che non hanno elaborato una propria storia e non hanno una civiltà da proporre, a tutti quelli che non hanno conosciuto altro che una vita circoscritta dall’isolamento e dai ritmi imposti dalla natura. Ma questo è un destino immutabile? Silone risponde: “Ma con ciò non si vuole affermare che il carattere abruzzese sia immutabile: essendo stato prodotto dalla storia, esso può essere sciolto e modificato dalla storia”. Il carattere abruzzese non si cambia facilmente, tende a persistere anche negli emigrati e in coloro che sono andati a vivere nelle città. E qui la parabola della vita di Silone, la fuga e il ritorno, le delusioni e i distinguo ci aiutano a comprendere la parte successiva del messaggio perché il prodotto della storia può essere sciolto e modificato. E’ la consapevolezza, la coscienza civile e politica che ci aiuta a superare i momenti bui, che ci libera dalle catene e ci fa compiere scelte esistenziali in cui ci sentiamo liberi dai condizionamenti della natura e della storia. Ma attenzione: la diffusione di usi e costumi della città fino nei luoghi più appartati della campagna, favorendo un’assimilazione, almeno nei tratti esteriori, della vita locale con quella più vasta e generica della nazione non è una scelta scontata e non è scevra di pericoli. La libertà e la società aperta trovano sempre falsi idoli, scorciatoie facili, soluzioni di comodo. Il partito dei lavoratori si trasforma in PCI filosovietico, la fede popolare trova le gerarchie ecclesiastiche e una Chiesa dogmatica che sfrutta anche usanze pagane, il lavoro contadino si trasforma in sfruttamento industriale, il benessere non è per tutti, il tempo libero può trasformarsi in consumismo e appiattirsi in moda. L’irrigidimento, il dogmatismo, lo sfruttamento, il gattopardismo, il lasciarsi andare sono sempre in agguato. Solo una forte coscienza critica, aperta e libera, può guidarci verso obiettivi che dobbiamo considerare tappe intermedie, da controllare con pensiero critico per evitare che si trasformino in dogmi e mode. Tornando alla vita di Silone, il ritorno nella propria terra, dopo aver conosciuto il mondo, non è una gioia ma è più una pena, la pena di osservare con sguardo mutato una realtà fossilizzata nella sua desolazione ed emarginata dai grandi e dai piccoli mutamenti della storia. Compito di chi ha raggiunto la coscienza critica è quello di seminare, di divulgare, di creare consapevolezza perché solo quando la coscienza non è solo di singoli individui ma diventa patrimonio di una collettività si incide sul carattere di un popolo, anche di quello condizionato per tanti secoli dalle montagne e dalla vile accettazione della «croce» come elemento indissociabile della condizione umana.

E quella roccia di montagna che copre le sue ceneri è – come ha scritto il “Times” – «una pietra di paragone per la coscienza di tutti»

Tomba di Silone
La tomba di Silone a Pescina

Alcuni dei tanti link di approfondimento


  • [1] L’uso del termine “cafoni” è giustificato da Ignazio Silone nella prefazione a Fontamara: «Io so bene che il nome di cafone, nel linguaggio corrente del mio paese, sia della campagna che della città, è ora termine di offesa e dileggio; ma io l’adopero in questo libro nella certezza che quando nel mio paese il dolore non sarà più vergogna, esso diventerà nome di rispetto, e forse anche di onore» (Fontamara, 1949, p. 7).
  • [2] intendendo per orientalizzazione i percorsi culturali di tra-sformazione in categoria metastorica e stereotipata dell’immaginario culturale, caratterizzata da arretratezza, barbarie, prevalenza dell’elemento naturale e dimensione folkloristica (Said), e dunque la costruzione di i-dentità regionali meridionali fondate in prevalenza su processi retorici e rappresentazioni letterarie (Moe).

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