La seconda guerra mondiale in Abruzzo

Le operazioni belliche
I bombardamenti
L’occupazione tedesca
Gli eccidi nazifascisti
La Resistenza
I campi di concentramento ed internamento

Fino al 1943 la regione fu estranea a contatti diretti con la guerra e, a parte i cambiamenti imposti dal coprifuoco e da altre limitazioni imposte, il conflitto era vissuto come un evento lontano. L’unico segno visibile della tragedia in atto era, nei 15 comuni interessati, la presenza dei campi di internamento per cittadini di nazioni ostili.

L’inizio dei distruttivi bombardamenti di Pescara nell’agosto di quell’anno però cambio rapidamente questo stato di cose. In seguito all’annuncio della firma dell’Armistizio di Cassibile l’8 settembre, e in seguito alla fuga di Vittorio Emanuele III e Pietro Badoglio (che si imbarcarono in direzione di Brindisi da Ortona e Pescara), la regione venne subito occupata, senza offrire resistenza, dalle truppe tedesche che organizzarono una linea difensiva, la linea Gustav, che attraversava la regione attestandosi sulle rive del fiume Sangro.

Mentre gli alleati intensificarono i bombardamenti aerei su Pescara, Avezzano, L’Aquila, Sulmona, Lanciano, Penne e altri centri strategici, gli occupanti tedeschi compirono rastrellamenti fra la popolazione civile, da impiegare nelle opere di fortificazione. Le opere difensive dei tedeschi consistevano per lo più nella distruzione delle principali vie di comunicazione, sia stradali che ferroviarie, e nel posizionamento di mine antiuomo e anticarro in tutto il territorio. Le prime battaglie in Abruzzo, con gli alleati intenzionati a occupare la regione da sud, si svolsero dal 22 al 27 ottobre nei pressi del fiume Trigno, al confine con il Molise, e già il 28 novembre i tedeschi abbandonarono Vasto ripiegando verso il fiume Sangro. Con l’intensificarsi delle azioni belliche crebbe anche il numero di sfollati dalle regioni costiere più colpite dai combattimenti.

Le operazioni belliche

L’avanzata alleata verso nord fu arrestata dalle fortificazioni tedesche lungo la linea Gustav, e dal dicembre 1943 vi furono i duri scontri della Battaglia del Sangro e della Battaglia di Ortona, con quest’ultima che si tramutò presto in una cruenta battaglia urbana, che distrusse quasi completamente lo storico centro costiero.

Nota per essere la principale linea difensiva tedesca sul fronte dell’Italia meridionale, la linea Gustav (o Winter Line) corrisponde, in realtà, a una modificazione della precedente linea Bernhardt. Si estende dalla foce del fiume Garigliano, da sempre confine naturale tra sud e centro Italia sul versante tirrenico, alla città di Ortona, sull’Adriatico, a circa 25 km a sud di Pescara. Il suo fulcro strategico è rappresentato da Cassino e dalla sua abbazia.

L’obiettivo degli Alleati è di espugnare Roma e la conquista dell’Abruzzo è fondamentale per creare un corridoio che possa portare mezzi e uomini a rinforzo della V Armata statunitense impegnata sul fronte laziale dove pure si avrà uno stallo di molte settimane. Mentre una parte degli uomini dell’esercito britannico attacca sulla costa adriatica, altri combattono sulle montagne abruzzesi. Sulla costa le manovre militari sono molto difficoltose: conquistare i territori a sud del fiume Sangro ha necessitato di una decina di giorni, oltrepassarlo e raggiungere la sponda settentrionale si rivela più complicato. I tedeschi hanno fatto saltare tutti i ponti di collegamento fra le due sponde, i ponti ferroviari, distrutto sistematicamente la ferrovia Sangritana (che dalla costa procede verso le montagne abruzzesi percorrendo a ritroso il corso del fiume Sangro). Le precipitazioni abbondanti di quel novembre rendono la corrente più forte e il livello dell’acqua più alto; i ponti costruiti dai genieri britannici vengono spazzati via, le strade divengono fangose e impraticabili, l’aviazione ha visuale limitata da pioggia e nubi. I tedeschi inoltre si sono arroccati sulle colline che dominano il fiume e, da una posizione privilegiata, possono controllare i movimenti degli Alleati.

Questi sono giunti in prossimità del fiume già dall’8 novembre ma prima l’organizzazione delle truppe, poi il maltempo, fanno rimandare l’attacco al 27 novembre quando, sfruttando la notte e l’effetto sorpresa, viene dato l’avvio alla Battaglia del Sangro. I primi giorni si attacca su Mozzagrogna e Santa Maria Imbaro per poi dirigersi verso Fossacesia e il mare ad est, verso Lanciano e Castel Frentano ad ovest.

Le battaglie seguono quindi due vettori: uno verso nord sulla costa, dove si consumerà la sanguinosa Battaglia di Ortona; uno verso il Chietino alla conquista di Orsogna e Guardiagrele.

Sul versante montano, i presidi tedeschi sono molti e molto ben arroccati. Gli Alleati lasciano che i tedeschi intercettino delle false comunicazioni che designano un prossimo attacco angloamericano nella zona di Alfedena, Roccaraso, Castel di Sangro per distoglie- re l’attenzione sulle manovre militari in corso sulla costa. Le posizioni difensive vengono quindi potenziate e la Linea Gustav in queste zone diventa quasi inespugnabile: sulle alture vengono posti nidi di mitragliatrici per poter contrastare l’avanzata della fanteria alle- ata, vengono scavate trincee, costruiti rifugi e il territorio viene meticolosamente minato.

Ciononostante, alcune cittadine sono liberate all’inizio dell’inverno: Alfedena e Castel di Sangro sono in mano alleata già il 24 novembre 1943. Sorte diversa avranno altri paesi dell’entroterra che saranno evacuati, depredati e poi sistematicamente minati e distrutti: è la tattica della “terra bruciata” perché nessun riparo dev’essere lasciato agli Alleati, nessun bene di consumo che possa ristorarli, nessuna persona che li accolga e possa dar loro informazioni o supporto.

In seguito su questo versante si registra uno stallo: le operazioni sono rese difficili dall’inverno inclemente e nevoso, dalla difficoltà nei rifornimenti e nella turnazione dei mi- litari e anche dalla nuova strategia del comando alleato che ha deciso di concentrare gli sforzi bellici nell’Europa occidentale: la campagna d’Italia passa in secondo piano, si sta preparando lo Sbarco in Normandia. Vengono quindi richiamati uomini, dislocati diversa- mente mezzi e denaro e sulla Linea Gustav gli angloamericani faticano maggiormente.

Gli Alleati non riusciranno ad avanzare ed il fronte si sposterà solo fra fine maggio e inizio giugno del 1944 quando le truppe tedesche si ritireranno spontaneamente dai paesi della Majella e dell’Alto Sangro, dopo la sconfitta nella lunga e sanguinosa Battaglia di Cassino che segna il definitivo sfondamento della Linea Gustav. (fonte)

Per ulteriori dettagli cfr fonte.

I bombardamenti

Tornando all’Abruzzo, Costantino Felice scrisse che venne «a trovarsi a ridosso del fronte nel momento in cui dai supremi comandi alleati – stando a quanto dichiarato dal capo dell’aviazione americana – si [… decise] di far entrare in azione «con tutta la sua potenza» la flotta aerea statunitense, bombardando la penisola in modo da «scompigliare il flusso di rifornimenti e di rinforzi ai tedeschi e di isolare le comunicazioni ferroviarie e stradali». Il 27 agosto, Sulmona – «importante nodo ferroviario sulla linea Pescara-Roma, oltre che sede di rilevanti servizi militari e di un’industria bellica» – subisce il primo attacco. Quattro giorni più tardi è la volta di Pescara che riportò «centinaia di morti e feriti» nonché ingenti distruzioni materiali. In breve tempo a subire bombardamenti furono tutti i centri abruzzesi di una qualche rilevanza strategica – come Avezzano nella cui vicina Massa d’Albe si stabilì il comando delle 10a armata tedesca – ma anche centri più defilati come Teramo, nonché «una infinità di paesetti montani e collinari» Fonte

Ecco un elenco non esaustivo delle città e dei paesi distrutti dal bombardamenti:

  • Sulmona 27 agosto 1943
  • Villanova frazione di Cepagatti.
  • Cugnoli
  • 31/8/43 Pescara: il viale centrale che congiunge oggi la stazione alla balconata sul mare non esisteva più un palazzo, ma soltanto enormi cumuli di macerie. Così il grande ponte che divide in due la città nuova dalla vecchia, dove passava sopra l’Adriatica e altrettanto in cenere la vicina stazione, quasi polverizzata. Fu il più distruttivo bombardamento di tutta la guerra.

“Il 31 agosto, in una sequenza terrificante di 20 minuti (dalle 13,20 alle 13,40) una inaspettata prima pioggia di bombe si rovescia su Pescara e alle 13,40, l’incursione dei bombardieri Liberator americani ha termine e sulla città si stende un silenzio di morte. Dei 46 bombardieri partiti, arrivarono su Pescara 44 velivoli (2 rientrarono alla base per avarie) che sganciarono da un’altezza di 6-7 chilometri 379 bombe da 500 libbre, pari a 85 tonnellate. Questo fu il primo impatto amaro e diretto che Pescara ebbe con la guerra. Entro il 20 settembre Pescara subirà altri 4 pesantissimi bombardamenti (il 14, il 17, il 18, il 20 settembre 1943) che ridurranno la città a quasi un cumulo di macerie”
[fonte: ANTONIO BERTILLO-DIMITRI FRANCO: «Pescara nella bufera (Album fotografico 1940-1944)», Ed. Progetto Incontro]

BANCONAP
  • Massa d’Alba, Fucense.
  • 7/11/43 RAF: Loreto Aprutino (area Collatuccio e Lauretano).
  • 5/12/43 RAF: Civitaquana.
  •  2 e 3 novembre 43 RAF: Cupello, (più di 200 vittime).
  • 8/12 43 USAAF: Aquila. Bombardamento diurno, le aree maggiormente devastate alla fine dell’attacco, risultano le “Pile”, tutto il quartiere intorno alla Banca d’Italia e lo Scalo Ferroviario. Numerose le vittime.
  • Teramo
  • 29 novembre e 9 dicembre Roseto e Giulianova (i Ponti sul Vomano e sul Tordino).
  • Orsogna 17 dicembre 1943
  • Francavilla a Mare 19/12/43
  • Gessopalena viene rasa al suolo tra il 4 e 5 del ‘43, insieme a Lama dei Peligni, Torricella, Civitella Messer Raimondo

Hanno fatto danni anche i bombardamenti di ritorno, quando gli aerei alleati, impossibilitati a colpire l’obiettivo primario nel nord Italia, scaricavano le loro bombe durante il viaggio di ritorno su obiettivi di ripiego, come avvenne a Città Sant’Angelo marina il 22 maggio ‘44.

Non mancano tuttavia i bombardamenti tedeschi, come Lanciano 20 aprile 1944 ad opera di stukas.

cropped piazza

L’occupazione tedesca

Dal canto loro le forze tedesche misero in atto, la tattica della «terra bruciata»: «non solo abbattere ponti, strade, ferrovie, porti, per creare ostacoli e difficoltà alla marcia del nemico, ma annientare ogni possibile condizione di vita, radere al suolo centri abitati e casolari di campagna, azzerare qualunque fonte di sostentamento, col proposito deliberato di non lasciare dietro di sé che macerie e campi minati. Interi paesi e villaggi di montagna una volta divenuti indifendibili, [… vengono] minati e fatti saltare in aria».

Questa disposizione indicava di liberare dalla «presenza dei civili una fascia di territorio profonda dieci chilometri «al di qua della linea di combattimento principale» e altri cinque aldilà di essa, nonché ulteriori cinque chilometri lungo la costa». Decine di migliaia di persone furono così costrette, prive di ogni bene, a lasciare le proprie abitazioni e «ad avventurarsi in lunghe e incerte peregrinazioni alla ricerca di un rifugio; secondo gli approssimativi calcoli delle autorità ecclesiastiche chietine, per esempio, oltre 200 000 nella zona dei combattimenti e altre 100 000 nelle immediate retrovie»

Al contempo venne diramata una direttiva in base alla quale le truppe dovevano sostentarsi «esclusivamente a spese del paese» e la campagna doveva «essere completamente depredata soprattutto di carne ed ortaggi». Come ribadito da Kesselring, la Wehrmacht doveva raggiungere «una quasi completa autarchia». Ne conseguirono «interminabili e odiose razzie di viveri e di altri generi»

Non bastasse, i tedeschi avviarono fin da subito il rastrellamento di uomini in considerazione del fatto che «le barriere offerte dalla natura, per quanto solide e sicure, non bastano: occorrono, […] fortificazioni e difese artificiali. […] Ecco allora le continue richieste di braccia – fatte sempre attraverso le autorità e gli uffici italiani – per i cosiddetti servizi del lavoro». Il primo bando in questo senso «(per tutti gli uomini dai 18 ai 33 anni obbligo tassativo di presentarsi entro cinque giorni ai comandi militari […]), firmato dallo stesso Kesselring, è datato 18 settembre 1943. Le normali vie amministrative dei bandi e degli avvisi pubblici non ottengono però che scarsissimi risultati. E dunque, di fronte alla resistenza popolare, per avere manodopera a scopi paramilitari» non rimasero che compiere «atti di forza» e «razzie». Non venne «risparmiato nessuno, anche se inadatto o addirittura inabile»

Un «ulteriore indicatore delle condizioni psicologiche e materiali in cui il popolo subisce l’occupazione tedesca e il dominio nazifascista è dato dal diffuso rifiuto di arruolarsi nell’esercito e negli altri servizi della Repubblica sociale. Anche questo settore di coercizione con il tempo andrà facendosi progressivamente più cupo e persecutorio, coinvolgendo non soltanto i singoli renitenti ma anche i loro familiari: genitori, mogli, figli e parenti in genere. Fonte

Nel lungo testo di Nocera ci sono tutti gli elementi che hanno reso molto dura la vita quotidiana delle popolazioni sotto l’occupazione tedesca a ridosso del fronte: la “terra bruciata” per il nemico, lo sfollamento, le requisizioni, l’obbligo di lavoro per i tedeschi, i rastrellamenti, le persecuzioni delle famiglie di renitenti alla leva. Le restrizioni di ogni genere operate dalle autorità tedesche, con l’avallo della RSI e quello di molti podestà, si inserivano nella preesistente economia di guerra, i cui effetti più visibili erano il razionamento dei viveri e del vestiario e il dilagare del mercato nero.

nazi

Eccidi

Gli eccidi dal 1943 al 1945 in Italia sono stati ricostruiti in un sito realizzato dall’Anpi. Si scopre così che le vittime civili nella nostra regione sono state 903, in 359 episodi.

Ci sono i casi più noti ed eclatanti: l’eccidio di Pietransieri, il 21 novembre 1943, con l’uccisione di 128 persone; quello di Sant’Agata di Gessopalena, 21 gennaio 1944, in cui furono uccise 36 persone, tra cui 22 donne e 9 bambini; Capistrello (33 vittime), il 4 giugno 1944; Santa Cecilia di Francavilla al Mare (20 vittime), il 30 dicembre 1943; Arielli (19 vittime), il 20 e 21 aprile del 1944; Onna (17 vittime), dal 2 all’11 giugno del 1944; Filetto (17 vittime), il 7 giugno del 1944. Ma ci sono anche episodi fino ad oggi poco o per nulla conosciuti e che man mano tornano alla memoria.

Nel Sud le rappresaglie naziste avevano una funzione preventiva perché, non essendovi resistenza organizzata, non potevano essere poste in relazione con azioni partigiane; il terrore nazista era teso piuttosto a punire i comportamenti di ribellione con cui i civili cercavano di difendere e proteggere le proprie realtà familiari e comunitarie.

“Vorrei concludere questo intervento con un riferimento all’eccidio di Pietransieri, frazione di Roccaraso, dove il 20 novembre 1943 furono uccisi centoventotto civili, tra cui trentaquattro ragazzi al di sotto dei dieci anni. Eccidio anche questo rimosso e che sintetizza bene i caratteri di vero e proprio sterminio della strategia nazista. La ricerca su fonti documentarie appare ancora carente, ma esiste una puntuale ricostruzione, a metà tra reportage giornalistico e romanzo, che consente di cogliere bene le dinamiche del massacro, il quale fu effettuato in una fase iniziale dell’occupazione nazista che in Abruzzo avrebbe avuto tempi lunghi protraendosi fino al giugno 1944. L’area infatti era di interesse strategico perché controllava la Valle del Sangro. L’eccidio fu preceduto dall’ordinanza di evacuazione del 30 ottobre che stabiliva che il paese sarebbe stato distrutto per esigenze belliche. Una parte della popolazione si rifugiò a Limmàri, località a cinque chilometri da Pietransieri dove vi erano numerose masserie. Gli sfollati, in gran parte donne, vecchi, fanciulli, si rifugiarono nei casolari portandovi anche il bestiame che erano riusciti a sottrarre alle razzie. Alcuni civili furono uccisi ancor prima del massacro, mentre tentavano, appunto, di procurare l’acqua per abbeverare le bestie o cercavano di tornare al paese. Seguì poi un vero e proprio rastrellamento dei casolari: “comparvero di sotto di quella specie di soldati massacratori, le canne d’uno, due, tre mitra e da queste canne uscì fuoco infernale che non dava tregua neanche per raccomandare l’anima a Dio”. Emblematica è la lunga vicenda dei cadaveri su cui cadde la neve, “la pietà bianca”. I tedeschi impedirono per tutto l’inverno che i corpi venissero rimossi e sepolti; neppure con l’arrivo degli alleati fu concesso di dar loro una rapida sepoltura che fu effettuata soltanto nel settembre 1944. Dal massacro riuscì a salvarsi soltanto una bambina perché coperta e protetta dal corpo della madre.” Fonte

Pietransieri1

Pietransieri, frazione di Roccaraso

Pietransieri2
Sacrario di Pietransieri

La Resistenza

La storiografia classica resistenziale ha sempre preso come riferimento, per raccontare la guerra partigiana, il territorio italiano al di sopra della linea Gotica, ignorando del tutto o quasi la parte meridionale della Penisola, limitando talvolta a riportare soltanto episodi sporadici come le Quattro giornate di Napoli e senza considerare il fenomeno di ribellione e azione, che non solo fu esteso, ma anche primogenito e anticipatore di una più lunga e duratura lotta.

È nel contesto dell’occupazione tedesca che si formano le bande partigiane abruzzesi «senza un disegno prestabilito, solo per rispondere a elementari bisogni di sopravvivenza e autodifesa». La grandissima maggioranza degli uomini, rifiutando di servire la Rsi e al tempo stesso «consapevoli dei patimenti e dell’incerto destino cui si sarebbe andati incontro con i servizi del lavoro», preferirono «darsi alla fuga» abbandonando i centri abitati e «a gruppi o singolarmente, si disperdono per i boschi e le campagne, rincontrandosi poi, nottetempo, in qualche luogo precedentemente designato. È in queste circostanze, alla macchia, che molto spesso si pone ineludibile l’esigenza di doversi organizzare e difendere, visto anche che in scontri con i tedeschi c’è chi ci rimette la vita». fonte

Una descrizione analitica dei gruppi partigiani si trova su F. Nocera, Le bande partigiane lungo la linea Gustav. Abruzzo e Molise nelle carte del Ricompart, UNIMO 2018 fonte e su fonte. Un elenco di biografie si trova sul sito ANP.

La Brigata Maiella è oggi l’unica formazione partigiana ad aver ricevuto la medaglia d’oro al valore militare, che spicca sullo stendardo custodito nella Sala delle bandiere all’altare della Patria23, a testimonianza della peculiarità di tale banda e della sua evoluzione istituzionale: da formazione spontanea quale “Banda Maiella” a “Corpo volontario della Maiella” secondo la denominazione concordata con il Comando britannico, fino a “Banda patrioti della Maiella” con l’inserimento nell’esercito italiano. Tra i maggiori artefici della nascita del movimento si ricorda Ettore Troilo24 , considerato il massimo esponente dei gruppi militari antifascisti che si organizzarono nelle zone del Sangro e della Maiella tra l’autunno e l’inizio dell’inverno 1943.

Con l’inquadramento della Banda della Maiella nell’esercito regolare, i suoi componenti possedevano la qualifica di soldati ed erano provvisti di un tesserino di riconoscimento, ma erano dotati di assoluta autonomia e non erano soggetti né alla disciplina, né all’addestramento dell’esercito e al codice penale militare. Ma, d’altro canto, la Banda aveva le sue regole precise di rispetto e di disciplina nei confronti degli ufficiali superiori. L’umanità dei combattenti si fece inoltre notare persino nei confronti dei nemici, numerosi sono infatti gli esempi di soldati tedeschi salvati da partigiani abruzzesi. I volontari mantennero quindi l’autonomia rispetto all’esercito regolare, ma continuarono a battersi senza porre pregiudizi sul futuro assetto del Paese e senza proselitismo politico. Significativo del senso di identità e di appartenenza alla patria fu il tricolore presente sul bavero dei combattenti.

Per ulteriori informazioni sulla Brigata Maiella cfr https://it.wikipedia.org/wiki/Brigata_Maiella, https://www.fondazionebrigatamaiella.it/

Campi di internamento

La disciplina dell’internamento, predisposta sin dal 1925, trovò la definitiva sistemazione con il “Testo Unico delle leggi di guerra e di neutralità” del 1938 e la piena operatività nel 1940, allorquando, alla vigilia dell’entrata in guerra dell’Italia, furono attribuiti al ministero dell’Interno i poteri per la costruzione dei campi e per il loro funzionamento.

Il sistema dell’internamento si componeva di due varianti principali: l’internamento libero e l’internamento in campi di concentramento. La prima era sostanzialmente un domicilio coatto, di norma esaurito presso piccoli centri, a cui faceva seguito un corollario di divieti sostanzialmente miranti ad evitare un’eccessiva libertà – in primis fisica – del soggetto punito. La seconda fu la tipologia che richiese la più ampia produzione normativa e consisteva nell’internamento presso strutture di detenzione preesistenti o create ex novo.

L’espressione campo di concentramento dovrebbe essere riferita all’internamento dell’Autorità militare, riservando ai campi regolamentari il titolo di campi di internamento. Pur tuttavia, si tende ad estendere la prima denominazione anche alle misure previste dalla seconda, cosicché genericamente campo di concentramento sta per sito di internamento, sia esso civile o militare.

La particolare posizione geografica, lontana dalle zone direttamente impegnate nelle operazioni belliche – specificamente quelle settentrionali; la sua fisionomia fisica – impervietà dei luoghi; collegamenti viari ridotti; la sua struttura sociale – un tessuto civile scarsamente politicizzato; bassa densità abitativa – facevano dell’Abruzzo un territorio eccezionalmente adatto alla concentrazione di masse di civili a cui erano applicate le norme legislative di guerra e di pubblica sicurezza. Fin dalle indicazioni fornite nel 1936 dal ministero della Guerra, l’Abruzzo era indicato – attraverso la provincia de L’Aquila – come località preferenziale per l’istituzione di luoghi di internamento.

In totale furono 15 i siti scelti come campi di concentramento nella regione e 59 le zone individuate a partire dal 1940 come zone di internamento.

campi

Elenco dei campi di internamento presenti in Abruzzo tra giugno 1940 e giugno 1944

Provincia di Pescara

  • Città Sant’AngeloCampo per comunisti slavi. Attivo dal giugno 1941 all’aprile 1944, di proprietà del Comune. Capienza 150 posti. Sede: manifattura tabacchi in cso Umberto I.

Provincia di Chieti

  • Casolicampo prevalentemente per ebrei, attivo dal giugno 1940 al settembre 1943. Capienza 150 posti. Sede: Palazzo De Vincentiis-Tilli, via Roma
  • Chieti, asilo infantile “Principessa di Piemonte”- Campo per cittadini inglesi, francesi ed ebrei, attivo dal giugno 1940 al novembre 1940. Capienza 200 posti. Fu chiuso perché il Comune di Chieti non fu in grado di trovare una sistemazione alternativa per i bambini della scuola. Gli internati furono trasferiti a Montechiarugolo, Casoli e Manfredonia.
  • Chieti scalo – Il campo prima delle operazioni belliche fu usato anche come prigione dei dissidenti politici e delle famiglie ebree e rom, successivamente traslati nell’asilo Principessa di Piemonte. Sede: attuale Caserma Rebeggiani, in viale Abruzzo
  • Istonio, Campo di internamento Villa Marchesani (lungo statale Adriatica) – Campo per italiani ritenuti pericolosi e nell’ultimo periodo per slavi. Attivo dal giugno 1940 al settembre 1943. Capienza 170 posti
  • Lama dei Peligni – palazzo attualmente scomparso, lungo il Corso Frentano – Campo per stranieri di varie nazionalità (anche ebrei), presenze di apolidi e italiani. Attivo dal giugno 1940 al settembre 1943, sostanzialmente utilizzato come campo di transito. Capienza 60 posti
  • Lanciano, villa Sorge oggi De Amicis, alla fine del viale Marconi – Campo per donne di varia nazionalità ed ebree, dal febbraio 1942 per comunisti slavi. Attivo dal giugno 1940 all’ottobre 1943. Capienza 55 posti
  • Tollo, in un palazzo del centro, poi distrutto. Campo per comunisti jugoslavi. Attivo dall’ottobre 1941 all’ottobre 1943. Capienza 90 posti Campi per ebrei tedeschi e polacchi, posti sotto un’unica direzione, attivi dal giugno 1940 al settembre 1943. Capienza 150 posti

Provincia di Teramo

  • Civitella del Tronto – In un primo tempo campo per cinesi, apolidi ed ebrei belgi, tedeschi, polacchi, russi e cecoslovacchi, poi per ebrei libici di nazionalità inglese. Allestito in tre differenti locali di cui uno di proprietà comunale (l’ospizio “Filippo Alessandrini”, ex convento dei Cappuccini) ed un altro di proprietà dei Frati Minori (Convento francescano di Santa Maria dei Lumi). Attivo dal luglio 1940 al maggio 1944. Capienza 230 posti. Smantellato dopo la guerra
  • Corropoli, Badia Celestina “Santa Maria di Mejulano” – Inizialmente campo per irredentisti slavi e comunisti italiani, poi per sudditi inglesi. Allestito nel monastero dei Frati Celestini, denominato Badia, attivo dal gennaio 1941 al maggio 1944. Capienza 150 posti. Poi smantellato
  • Isola del Gran Sasso, allestito nei pressi della basilica di San Gabriele, dentro il convento dei Francescabi, poi smantellato, fu attivo dal giugno 1940 al giugno 1944 per ebrei tedeschi prima e cinesi poi. Capienza 135 posti
  • Nereto – campo per ebrei tedeschi e polacchi. Attivo dal luglio 1940 al febbraio 1944. Tra marzo e maggio 1943 ospitò anche gli slavi. Capienza 160 posti
  • Notaresco – campo per ebrei di varie nazionalità (tedeschi, russi, polacchi, italiani, cecoslovacchi, ungheresi) e per apolidi. Attivo dal giugno 1940 al giugno 1944. Capienza 100 posti. Poi smantellato.
  • Teramo – Si tratta di un Konzentrazionlager. Allestito nella caserma Mezzacapo, fu attivo dal gennaio al giugno 1944 e vi furono internati cittadini italiani rastrellati nelle zone circostanti. Nell’ultimo periodo fu gestito direttamente dai tedeschi. Capienza 300 posti
  • Tortoreto Alto e Tortoreto Stazione – campo per cinesi fino al maggio 1942, poi per zingari fino alla chiusura. Attivo dal giugno 1940 al settembre 1943. Dopo la fuga dei prigionieri vi furono alloggiati gli sfollati provenienti da Napoli. Capienza 115 posti

Tra i siti di internamento libero

Secondo Giampaolo AMODEI le motivazioni che hanno portato a relativizzare l’importanza del fenomeno concentrazionista in Abruzzo, quasi fino a obliarne la storicità, sono due. Una storico-politica: il peso dello status di periferia che per lungo tempo ha catalogato la regione sullo scacchiere nazionale, decretandone una relatività slegata dal contesto politico contingente, che ha fatto si che quella si autorappresentasse in tal senso. Un’altra, un modo di pensiero, che si può definire una volontà di proiezione in avanti di determinate aree regionali – Pescara ne è l’esempio – che esclude il riferimento al prima come presupposto di definizione di linee programmatiche e di sviluppo, approdando ad una generale svalutazione di senso della propria storia e soprattutto della sua funzione.

Nonostante le varie forme di violenza che gli internati dovettero subire e l’attribuzione di uno status deciso politicamente o su basi razziali, restano i rapporti di rispetto, o quantomeno di accettazione che la popolazione civile abruzzese strinse con loro. Questi, che potrebbero essere considerati un’espressione di umanità latente della società civile oppure, sotto un’ ottica politica, la naturale conseguenza del carattere burocratico – amministrativo della misura di internamento sono, indipendentemente dalla giustificazione che si vuole assumere, un dato storico di fatto.
[AMODEI, Giampaolo, «L’Altro internato. Caratteri dell’internamento civile nell’Abruzzo fascista», Diacronie. Studi di
Storia Contemporanea : il dossier : Davanti e dietro le sbarre : forme e rappresentazioni della carcerazione, N. (1) 2,
2010]

Itinerari storici

Siti su campi di concentramento e internamento in Abruzzo

Link di approfondimento

Immagini storiche tratte da

  • BERTILLO ANTONIO – PITTARELLO GIAMPIETRO, IL MARTIRIO DI UNA CITTA’. PESCARA E LA GUERRA 1940/1944, Pescara,  Progetto Incontro.  Anno:  1998
  • Pescara nella bufera : album fotografico 1940-1944 / Antonio Bertillo, Dimitri Franco, Montesilvano : Progetto incontro, 2001
  • Il paese della gente buona : Citta Sant’Angelo 1940-1944 / Antonio Bertillo Citta Sant’Angelo : Associazione L’impegno, stampa 2004
  • Cronaca di giorni duri : città Sant’Angelo e la guerra, 1943-44 / Antonio Bertillo, Giampietro Pittarello ; [presentazione di Arrigo Petacco][Pescara] : Orizzonti Angolani, stampa 1986


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