La scoperta del guerriero di Capestrano (1934) ha dato alla regione vestina un’importanza storico-culturale di primo piano. Il rinvenimento “è qualcosa di così straordinario che la discussione non si impernia più sul vieto motivo di ciò che è originale e ciò che rappresenta modello straniero, non importa se occidentale (etrusco) o orientale (greco) […] Elementi isolati provano che si sono fatte sentire correnti occidentali, come correnti orientali. Ma, […] sta di fatto che nell’insieme l’impressione è di alta singolarità, e che una tradizione italica genuina può essere definita così, rigorosamente, come una creazione non etrusca, non latina, non greca”1.
La scoperta del guerriero di Capestrano ha riaperto anche nuovi interrogativi sull’ethnos2 di questo popolo, sulla organizzazione sociale e politica, sui contatti con altre popolazioni, sulle origini.
Le fonti
Le prime notizie storiche sui Vestini sono fornite da Tito Livio quando racconta della guerra che i Romani conducono contro i Vestini3, alleati dei Sanniti, che, sconfitti dai Romani nel 302, chiedono loro un’alleanza (foedus) che durerà sino alla guerra sociale (90 a.C.). La definizione geografica del territorio dei Vestini si deve ai più tardi storici dell’età romana Strabone, Tolomeo, Mela, e soprattutto Plinio il Vecchio nel ben noto passo della sua Naturalis Historia (III, 107); ancora in età romana era loro ben presente la memoria dell’originario assetto di questo popolo italico (tonta, respublica), originatosi da elementi unificanti che sembrano configurarsi proprio fra VII e V secolo a.C., e giungono ad una loro compiuta maturazione nel corso del V a.C., nell’ambito della più generale definizione delle nationes che costituiranno l’articolato mosaico dei popoli centro-italici (Sabini, Vestini, Pretuzi, Marsi, Equi etc.), avviatasi con l’età del Ferro.
Le origini

Secondo l’archeologo A. La Regina manca tuttora un’interpretazione unitaria delle conoscenze acquisite attraverso le notizie storiche antiche, l’archeologia e gli studi linguistici sulle popolazioni preromane.
Tutti i popoli centro-italici erano accomunati da caratteri culturali affini e dall’originaria appartenenza a un ceppo etnico unitario che già in epoca protostorica si doveva identificare con il nome che resterà poi quello dei Sabini. L’ethnos sabino era già formato in pieno VIII secolo, quando partecipa alla formazione ed allo sviluppo della prima Roma. Attestazioni dirette di alcune denominazioni etniche compaiono su iscrizioni paleosabelliche di epoca arcaica, safinús per i Sabini che occupavano le sedi nord orientali dell’odierno Abruzzo, púpúnis per i Picentes, e ombriíen akren (= in agro Umbro) per gli Umbri. Le fonti sono discordanti sul basso teramano, a nord del Saline.
Appare oggi superata l’idea di una migrazione di un popolo di nome Vestini in Abruzzo e si parla di un complesso processo di etnicità. Dal punto di vista archeologico si manifesta solo a partire del V secolo a.C. una certa uniformità nei riti funebri tra il territorio centro-appenninico e la zona adriatica. Tuttavia, prima del IV secolo a.C., non esistono fonti storiche che consentono di identificare i popoli protostorici nell’Abruzzo nord-ovest come Vestini e si parla più genericamente di paleosabellici.
Dopo il IV sec., nell’area interna a ridosso delle montagne e lungo la valle dell’Aterno, estesa verso il litorale fino a includere Penne, Loreto Aprutino e Angulum (non ancora ben identificato), dovette prendere forma il popolamento dovuto al nuovo ethnos vestino. Ciò può essere avvenuto in due modi: o con l’espansione dal retroterra appenninico, dalla zona dei Vestini Cismontani, e in particolare dalla valle del Tirino; oppure, molto più probabilmente, per attrazione delle genti insediate in quell’area nell’orbita dello stato vestino che già in epoca arcaica sembra esprimere una forte vitalità culturale e politica. L’occupazione vestina del breve tratto di litorale tra il Saline e l’Aterno, già tenuto dai Picentes, dovette precedere l’intervento romano del 290, che lasciò immutata tale situazione4.
Nella seconda metà del IV secolo le genti con cui Roma era venuta in contatto avevano potuto istituire rapporti e stipulare trattati non attraverso le singole comunità locali, ma nella sua piena dimensione etnica; ciò significa che a quell’epoca l’organizzazione politica dell’ethnos si era già sviluppata la formazione di stati territoriali.
Entrati in conflitto con la Repubblica romana alla fine del IV secolo a.C., presto furono indotti dall’evidente supremazia dell’esercito romano a unirsi in alleanza con Roma, accettando una condizione di chiara subordinazione. Conservarono a lungo un certo margine di autonomia interna fino a quando, nel I secolo a.C., l’estensione a tutti gli Italici della cittadinanza romana, decisa in seguito alla Guerra sociale alla quale avevano preso parte anche i Vestini, accelerò il processo di romanizzazione del popolo, che fu rapidamente inquadrato nelle strutture politico-culturali di Roma.
I rapporti con Roma
I Vestini, insieme ai Marsi, ai Marrucini e ai Peligni, presero parte a una confederazione contro cui i Romani entrarono in conflitto durante la Seconda guerra sannitica, nel 325 a.C. Proprio l’alleanza dei Vestini con i Sanniti indusse i consoli romani Decimo Giunio Bruto Sceva e Lucio Furio Camillo a porre al Senato a porre all’ordine del giorno la questione di una spedizione puntiva contro di loro. Secondo Tito Livio si trattò di una mossa audace, poiché fino a quel momento i Vestini non avevano minacciato direttamente la Repubblica e anzi una campagna contro di loro avrebbe potuto indurre a una sollevazione; inoltre, un attacco ai Vestini avrebbe probabilmente comportato l’accorrere in loro aiuto dei vicini Marsi, Marrucini e Peligni, una concentrazione di forze pari a quella degli stessi Sanniti.
Roma si risolse comunque ad agire e incaricò della spedizione Bruto, che devastò le campagne degli Italici per costringerli a scendere in battaglia in campo aperto; lo scontro fu sanguinoso e anche l’esercito romano subì gravi perdite, ma i nemici furono costretti ad abbandonare i loro accampamenti e a trincerarsi nelle loro cittadelle. Bruto assediò allora prima Cutina, che espugnò grazie all’uso di scale, poi Cingilia (Civitella Casanova). Cadde anch’essa, e il bottino fu distribuito fra i soldati romani. La facilità con la quale un solo troncone dell’esercito romano (l’altro, affidato a Lucio Furio, era stato inviato contro i Sanniti) sbaragliò i Vestini mostra come la loro fama di grandi combattenti fosse in realtà sproporzionata alla reale efficacia bellica del popolo5.
Nel 304 a.C., dopo la grave disfatta subita dagli Equi per opera dei Romani guidati dai consoli Publio Sempronio Sofo e Publio Sulpicio Saverrione, i vicini dei Vestini – Marsi, Peligni, Marrucini e Frentani, inviarono ambasciatori a Roma per chiedere un’alleanza, che fu loro concessa attraverso un trattato. Con i Vestini invece l’accordo fu siglato soltanto due anni dopo, nel 302 a.C., a riprova della loro peculiare ostilità nei confronti di Roma.
La romanizzazione dei Vestini fu graduale. Dopo il trattato del 302 a.C., le loro città di Aveia e Peltuinum furono semplicemente annesse alla Repubblica romana.
Combatterono poi al fianco di Roma alla Seconda guerra punica partecipando nel 225 a.C. a un contingente di cavalleria di quattromila armati insieme a Marrucini, Frentani e Marsi.
Agli inizi del I secolo a.C., i Vestini presero parte alla vasta coalizione di popoli italici che scatenò la Guerra sociale per ottenere la concessione della cittadinanza romana più volte negata (91-88 a.C.). L’esercito italico, ripartito in due tronconi – uno sabellico guidato dal marso Quinto Poppedio Silone, l’altro sannitico affidato a Gaio Papio Mutilo, contava contingenti di numerosi popoli; quello vestino era guidato da Gaio Pontidio.
Poppedio, alla testa di Marsi e Vestini, tese un’imboscata vincente nella quale cadde il romano Quinto Servilio Cepione il Giovane (90 a.C.), ma infine i Vestini vennero battuti separatamente da Gneo Pompeo Strabone, nel quadro della generale vittoria di Roma sui socii ribelli, culminata con la presa di Ascoli da parte di Pompeo6.
Dopo la Guerra sociale la Lex Julia de civitate, che concedeva la cittadinanza romana a tutti gli Italici rimasti fedeli a Roma, fu progressivamente estesa anche ai popoli ribelli, tra i quali i Vestini. I loro territori furono intensamente colonizzati, soprattutto nell’epoca di Silla; a partire da allora la romanizzazione degli Italici si avviò rapidamente a compimento, come attesta la rapida scomparsa delle loro lingue, sostituite dal latino.
Il nome
Sull’origine del nome dei Vestini i pareri non sono concordi:
– secondo alcuni derivò da Vesta, Dea del focolare e della casa venerata anche dagli italici,
– secondo altri derivò dal Dio umbro Vestico, il “dio della libagione”.
– secondo altri ancora sarebbe formato dalle voci celtiche “Ves” (fiume o acqua) e da “Tin” (paese) cioè “paese delle acque”, poichè il loro territorio era molto ricco di corsi d’acqua e sorgenti.
Il nome dei Vestini, infine, è documentato nella forma latina abbreviata VES su una serie monetale fusa che si inserisce nelle emissioni delle colonie latine fondate nell’arco di un ventennio sulla costa adriatica tra Atri e Rimini prima del 225 a.C..
Organizzazione territoriale dei Vestini
Riprendendo le osservazioni sulle fonti antiche proposte dall’archeologo A. La Regina, l’area stabilmente occupata dai Vestini risultava allora divisa in due nuclei geograficamente distinti, notevolmente diversi anche morfologicamente e separati dal Gran Sasso: il territorio interno dei Vestini Cismontani comprendente l’altopiano di Navelli, parte della conca aquilana e la valle del Tirino, delimitato verso il territorio Peligno ad ovest e nord-ovest dal massiccio del Sirente e dal monte d’Ocre, e verso il territorio sabino dai monti di Bagno e di qui – con un confine che passava l’Aterno – dal Gran Sasso, il Mons Fiscellus delle fonti antiche; ed il territorio adriatico dei vestini Transmontani corrispondente circa alla provincia di Pescara – con esclusione dell’area della Maiella – e con i centri di Pinna (Penne), Angulum (Città S. Angelo o Spoltore) ed il territorio oggi compreso nel comune di Loreto Aprutino, comprensorio che giungeva per breve tratto sino al mare fra Salino ed Aterno, e terminava a sud su quest’ultimo corso d’acqua.7
A partire dal periodo italico sino all’età romana, con dinamiche continuate sino all’alto medioevo ed oltre, l’assetto del territorio ed il popolamento vennero fortemente influenzati dall’habitat e dall’aspetto geo-morfologico dell’area, in cui la forma prevalente dell’insediamento, prima della progressiva formazione e prevalenza di alcuni centri urbani, era quella di carattere sparso caratterizzata da piccoli nuclei d’abitato, sorta di veri e propri villaggi, oggi nota come paganico-vicana.
I centri vestini avevano un’organizzazione alquanto definita: i centri maggiori venivano chiamati dalle fonti in lingua latina pagus, mentre i centri di minore importanza erano chiamati vicus se erano di campagna, castellum se erano di montagna.
Il testo liviano8 dà informazioni molto importanti sull’organizzazione territoriale dei Vestini, fornendo il nome di due dei loro centri, Cutina e Cingilia, la cui localizzazione è molto discussa e rimane tuttora incerta. Questi due nomi non si ritrovano nella toponomastica posteriore e, viceversa: i centri noti per l’epoca imperiale (Peltuinum, Auinum etc.) non vengono menzionati in occasione di questa guerra. L’unico altro centro menzionato per l’epoca repubblicana è Pinna, in occasione della guerra sociale. Possiamo quindi pensare che tra il IV secolo e l’epoca imperiale, la regione interna abbia subito un’intensa riorganizzazione col decadimento dei centri principali e la strutturazione di nuovi centri di aggregazione.
In età più tarda, quando erano ormai soggetti alla dominazione romana, i Vestini erano elencati da Plinio il Vecchio tra le popolazioni della Regio IV Samnium.
I Vestini divennero famosi per la loro abilità nel combattimento; nelle epoche successive, infatti, prestarono la loro opera di guerrieri anche a pagamento. Popolo aperto e sempre a contatto con altre popolazioni, basava la propria economia sulla pastorizia, sull’agricoltura e sul commercio. Coniarono monete proprie contrassegnate con le tre lettere VES.
Vestini Cismontani
Il quadro del popolamento della regione è stato ben delineato nel 1968 dall’archeologo A. La Regina, che ha tra l’altro insistito sulla peculiare organizzazione delle popolazioni italiche, che avrebbero privilegiato un insediamento sparso, con degli abitati aperti (vici) o chiusi (oppida), raggruppati in cantoni (pagi).
Lo stato (touta) dei Vestini cismontani si forma dall’unione dei tre gruppi (tribù) che occupavano, nell’età del Bronzo, le conche di Capestrano, di Navelli e dell’Aquila. La morfologia del territorio, composta da pianure di fondovalle e da altopiani posti a breve distanza, spinge le classi dirigenti (chiefdom) protostoriche ad investire, piuttosto che in una stentata agricoltura, verso l’allevamento con la tecnica della transumanza verticale (alpeggio). Sulla base di ciò il “capitale” dello stato vestino era costituito da grandi mandrie, mobili, facilmente indirizzabili che costituivano, quindi, un meraviglioso bottino per qualunque razziatore. Per difendere i propri beni i Vestini costituiscono un sistema di torri di avvistamento e di fortezze d’altura (incastellamento) da cui far defluire, velocemente ed efficacemente, le proprie truppe in caso di attacco nemico e nelle quali arroccarsi (insieme al bestiame) nelle fasi difensive. La necessità di difendersi e di attaccare porta all’assunzione di un grande ruolo delle attività belliche nelle comunità che si estrinseca nei rituali funerari e nella deposizione di armi nelle sepolture9.
I guerrieri vestini del VII sec. a. C. combattevano a piedi, probabilmente allineati in più file di fanti, secondo quanto si può dedurre dal tipo di armi presenti nel corredo tombale: tre lance di diversa pesantezza (più leggere quelle da getto, più lunghe e pesanti quelle da impugnare sotto il braccio), il corto pugnale in ferro utilizzabile solo di punta in spazi ristretti e la mazza con pomo ferrato. Come quasi sempre accade in Abruzzo, non si rinvengono gli elementi difensivi dell’armamento (elmo, scudo, corazza, schinieri) forse perché realizzati interamente in materiali organici e quindi deperibili (legno, cuoio, pelle, lana), più leggeri ma più caldi del metallo, maggiormente mimetici ed economici: adatti cioè a delle guerre di montagna combattute in climi freddi.
Un elemento di certezza per la nascita di una koinè vestina è che l’impianto delle aree cimiteriali si colloca nella fase avanzata della prima età del Ferro. Le necropoli a lunga continuità di vita, dalla prima età del Ferro, vengono costruite nelle pianure: Bazzano, Fossa, Varranone, Capestrano. Contestualmente all’impianto delle grandi necropoli nelle pianure, vengono edificate delle strade di collegamento con gli abitati relativi e, verosimilmente, con il resto del territorio. In territorio vestino la presenza di strade «sepolcrali» è attestata a Capestrano, a Colle Santa Rosa valle, a Navelli, a Colli Bianchi, a Varranone, a Fossa e a Bazzano10. Non sempre chiara è la relazione tra necropoli e centri abitati, anche perché le necropoli sono meglio conservate dei rispettivi vici.
Il tipo di sepoltura che si diffonde in primi secoli del I millennio a. C. (età del Ferro) è la tomba a tumulo, una collina artificiale costruita sopra e a protezione di ogni singola deposizione. La volontà di visibilità della figura e del ruolo del defunto, la voglia di ricordarlo, è resa più palpabile ed evidente, oltre che dalla costruzione del tumulo, dall’erezione di stele in pietra (menhir) come quelli rinvenuti nella necropoli di Fossa o di Bazzano.
A partire dal VII sec. a.C. l’uso del tumulo va scomparendo e vanno affermandosi dei “gruppi” di tombe a fossa, raggruppate sul terreno a formare un rettangolo, probabilmente recintato, circondato da spazio vuoto, privo cioè di altre deposizioni. E’ probabile che questi “recinti” racchiudessero le sepolture di una famiglia o comunque di una linea di discendenza comune.
Conosciamo attualmente una trentina di siti d’altura, per la maggior parte fortificati, nonché alcuni insediamenti aperti, situati in cima (Monte Cogozza, Monte di Bazzano), su versanti o a volte a fondovalle. Il fondovalle tuttavia è per lo più occupato da estese necropoli. Questo tipo di organizzazione ha condotto l’archeologo Vincenzo D’Ercole a suggerire che l’area vestina fosse stata interessata da una scelta consapevole: i terreni piani sarebbero destinati alle necropoli nella misura in cui l’economia della regione gravitava soprattutto sull’allevamento transumante. La presenza di estese necropoli è un fenomeno realmente notevole: 1662 tombe a Bazzano dal IX secolo all’epoca ellenistica, circa 600 sepolture a Fossa dalla prima età del Ferro al I sec. a.C., 229 tombe a San Demetrio ne’ Vestini (località Varranone e Macerine) dall’età orientalizzante al II sec. d.C.
Gli storici sono d’accordo sul fatto che gli insediamenti d’altura funzionassero come un sistema integrato di difesa del territorio e di protezione dell’allevamento transumante. Come ha rilevato di recente V. Acconcia, il punto debole di questa ricostruzione è appunto la scarsa conoscenza che abbiamo di questi insediamenti fortificati. Nella categoria “centri fortificati d’altura”, si possono distinguere vari tipi di costruzioni: troviamo da una parte delle cinte formate da una semplice accumulazione di blocchi e dall’altro delle mura formate da uno o più filari che sostengono un circuito anulare appiattito, che serve da cammino di ronda. Una gran parte dei centri fortificati non è, tra l’altro, datata con precisione. Sulla base delle ricognizioni finora condotte, è possibile accertare la contemporaneità di un insieme di centri, per i quali resta da definire con certezza quale fosse realmente la necropoli di riferimento.
Le città dei vestini interni
Aveia (l’odierna Fossa), Peltuinum (Prata d’Ansidonia), Aufinum (Ofena). Insediamenti minori: Navelli – Incerulae, Caporciano – località Cinturelli, Prata d’Ansidonia – località Settefonti, San Pio delle Camere – località Diamante e Bazzano.
Vestini Transmontani
Dopo le Guerre Sannitiche, mentre i territori vestini dell’Aquilano finivano sotto il diretto controllo di Roma con lo stanziamento di coloni e la realizzazione di praefecturae, ossia sedi del potere civile, quali Peltuinum ed Aveia, la città di Pinna giungeva invece ad una organica alleanza con Roma (foedus), destinata sostanzialmente a durare senza particolari problemi sino alla Guerra Sociale (90 a.C.), consentendo, in
tal modo, all’unico centro urbano dei Vestini scampato alla diretta occupazione romana il progressivo consolidamento della sua posizione di ineludibile punto di riferimento per un vasto ambito territoriale circostante.
Il territorio adriatico dei Vestini Transmontani, sostanzialmente corrispondente all’attuale territorio della provincia di Pescara, escludendone l’area della Maiella, giungeva per breve tratto sino al mare fra i fiumi Saline ed Aterno ed aveva centro principale in Penne, l’antica Pinna Vestinorum, ed insediamenti minori a Colle Fiorano di Loreto, Campo Mirabello di Montebello di Bertona, Fonte Schiavo-Casali di Nocciano, presso l’altro municipio minore di Angulum, costituito da almeno tre nuclei separati (Città Sant’Angelo, Spoltore, Moscufo), ed infine presso il centro portuale di Ostia Aterni alla foce del fiume Pescara11.
I principali insediamenti vestini si addensano già nell’età del Ferro lungo itinerari naturali poi ripresi in età romana dai principali tracciati stradali, anzitutto lungo l’antichissimo itinerario litoraneo poi ripercorso dal tracciato della via Flaminia adriatica ( Ostia Aterni – Pescara, Ad Salinas – foce del Saline), poi il percorso pedecollinare che collega va fra loro i centri di Asculum, Interamna, Pinna Vestinorum e Teate, oggi corrispondente alla S.S. n. 81 Piceno-Aprutina. Non meno importante doveva essere quale asse viario al confine meridionale del territorio dei Vestini verso il fiume Pescara, l’originario tracciato di fondovalle poi rettificato nel 48-49 d.C. dall’imperatore Claudio con il prolungamento sino ad Ostia Aterni della via Claudia-Valeria.
Una serie di altri itinerari di rilevanza locale risalivano infine dalla costa verso l’interno, sovente seguendo antichissime direttrici di crinale definite dai principali corsi d’acqua (fiumi Fino, Tavo, Nora ed altri corsi d’acqua minori), generalmente in corrispondenza di abitati collocati in posizione d’altura, come Colle del Telegrafo a presidio della foce del Pescara dalla zona dei Colli, l’insediamento nella zona di Città Sant’Angelo lungo l’itinerario di crinale che dalla foce del Saline risaliva verso l’interno del territorio vestino, sino a diramarsi poi per Atri da una parte e Penne dall’altra.
A partire dal periodo italico sino all’età romana, con dinamiche poi perpetuatesi sino all’alto medioevo ed oltre, l’assetto del territorio ed il popolamento vennero fortemente influenzati dall’habitat e dall’aspetto geo-morfologico dell’area, in cui la forma prevalente dell’insediamento, prima della progressiva formazione e prevalenza del centro urbano di Pinna, era quella di carattere sparso caratterizzata da piccoli nuclei d’abitato, sorta di veri e propri villaggi, oggi nota come paganico-vicana, organizzazione simile a quella dei vestini cismontani.
Altre forme di insediamento sono i santuari (templa), i centri fortificati (oppida, castella), di cui sono noti in quest’area pochi esempi prevalentemente ubicati nella fascia pedemontana del Gran Sasso (Penne, Farindola), i villaggi (vici), ed i mercati (fora), che erano prevalentemente ubicati lungo gli assi viari di fondovalle poi ripercorsi dalle strade romane, le fattorie e gli altri insediamenti minori del territorio rurale che vanno potenziandosi in età tardo-repubblicana fra II e I secolo a.C. I centri fortificati erano comunque meno frequenti rispetto ai corrispettivi dell’area vestina cismontana e non rappresentavano comunque la forma d’insediamento prevalente in area“safina-sabina”.
I vestivi transmontani potevano avere contatti più frequenti con i popoli costieri; avevano un’economia più aperta, basata sugli scambi oltre che sull’agricoltura.
Le città dei Vestini adriatici
Pinna (l’odierna Penne), poi divenuta in epoca romana principale centro municipale dei Vestini Transmontani, era ubicata al crocevia fra l’antichissimo itinerario pedecollinare poi ripreso dalla S.S. 81 Piceno-Aprutina che collega Teramo a Chieti ed un altro itinerario di non minore interesse, almeno dal III secolo a.C., menzionato negli itinerari della media età imperiale come diverticolo della via Flaminia ab Urbe per Picenum Anconam et inde Brundisium, che collegava la città verso nord alla colonia latina di Hatria (Atri), oltre che al suo porto alla foce del Vomano, e verso sud per il tramite della vallata del Tavo alla statio e al relativo porto di Ad Salinas, e poi all’altro vicino approdo di Ostia Aterni alla foce del Pescara. Da Pinna si diramava infine un terzo importante percorso viario che, transitando lungo la fascia pedemontana del Gran Sasso per gli attuali territori di Montebello di Bertona, Vicoli e Brittoli, risaliva a Forca di Penne per poi transitare verso l’Aquilano, consentendo così i collegamenti fra area vestina transmontana e territorio interno dei Vestini Cismontani. Ecco perché Penne ha sempre mantenuto la sua importanza anche nei periodi successivi (romani, longobardi) fino ad oggi.
Angulum è citato da Plinio12 in Naturalis Historia libro III, 106 risulta ancora oggi non ben identificata. Spesso è stata identificata con Città Sant’Angelo o con Spoltore o Moscufo. Al momento l’ipotesi più accreditata è che si tratti di un municipio nato per dare un migliore assetto al territorio trasmontano, dunque un territorio senza una città egemone13.
L’alimentazione degli antichi Vestini
Le informazioni sulle attività legate al cibo e alla cucina dei Vestini durante il I millennio a.C. (età del Ferro) in Abruzzo non provengono tanto da scavi d’abitato, quanto dalle indagini delle necropoli, fra cui anzitutto le grandi necropoli cismontane dell’area interna oggi ricadente nell’Aquilano, Fossa e Bazzano, e quelle del territorio transmontano di Penne, Loreto Aprutino, Montebello di Bertona, Civitella Casanova-Vestea, Pescara, a cui possiamo oggi aggiungere Moscufo.
Emerge anzitutto il valore attribuito al consumo del vino, evidente nella generalizzata presenza ai piedi del defunto nei corredi funerari della prima età del Ferro (X-metà VIII secolo a.C.) di almeno due vasi in impasto: una brocca o un orciolo per versare ed una tazza o un bicchiere per bere.
Nelle tombe femminili di rango della grande necropoli vestina di Fossa si rinviene ad esempio vicino alla testa un piccolo attingitoio in bronzo, che ricorda molto nella sua forma il moderno cucchiaio da sommelier.
Se agli uomini di rango era concesso bere e portarsi nell’oltretomba la propria tazza ad alcune donne vestine e pretuzie era riservato il privilegio di versare il vino in rare oinochoai (brocche) etrusche, come è particolarmente documentato da sepolture vestine dell’Aquilano.
Nelle strutture d’abitato inquadrabili fra età del Bronzo ed età del Ferro con forme d’abitato in materiali deperibili, capanne e case di terra, sovente seminterrate, la preparazione dei cibi avveniva utilizzando manufatti in ceramica posti su semplici focolari costituiti da un piano di cottura a terra, mentre venivano utilizzati apprestamenti lignei anch’essi appoggiati a terra ed alle pareti delle capanne per sostenere ed alloggiare stoviglie e materie prime impiegate nelle varie preparazioni alimentari. All’interno delle capanne il fuoco era generalmente ubicato in posizione centrale, onde consentire al fumo di fuoriuscire dal colmo del tetto14.
Lingua
Il vestino è documentato da appena due iscrizioni. A causa di tale esiguità di testimonianze, non è stato possibile accertare se fosse più vicino all’osco, come il marrucino e il peligno, o all’umbro, come il marso e il volsco, ma soltanto la sua indubbia appartenenza alla famiglia osco-umbra. L’iscrizione posta sul fianco mostra ambiente linguistico ancora preitalico.


Il guerriero di Capestrano
Era il 1934 quando Michele Castagna, dissodando la sua vigna, rinvenne la statua di un guerriero, da lui bonariamente ribattezzata “lu mammocce”.
In seguito le autorità decisero di effettuare un’indagine più approfondita del terreno, e questa portò al rinvenimento di una vasta necropoli: Giuseppe Moretti e Giovanni Annibaldi rinvennero almeno 50 tombe negli anni ’30. Il più recente programma di scavi, nei primi anni Duemila, ha portato alla luce un centinaio di tombe e oltre cinquecento reperti archeologici. E’ la necropoli dell’antica città di Aufinum, nei pressi di Capestrano. Di Aufinum – menzionata da Plinio il Vecchio come centro principale dei Vestini cismontani – rimane oggi solo la vasta area archeologica con la necropoli in cui fu rinvenuto il Guerriero.
Il contesto storico
Il Guerriero di Capestrano è una scultura in calcare tenero locale del VI secolo a.C., del periodo dell’arte italica raffigurante un guerriero dell’antico popolo italico dei Vestini. Gli studiosi datano la statua in un arco compreso tra il 580 e il 560 a.C.. È quindi contemporanea ai grandi kouros greci arcaici, con cui condivide la frontalità e la rigidità della posa, ma da cui si distingue radicalmente nell’abbigliamento, nell’armamento e nel carattere identitario profondamente locale.
Chi raffigura?
La presenza della statua in un contesto funerario di alto rango suggerisce che il personaggio rappresentato fosse un capo guerriero – un princeps – della comunità locale, probabilmente di stirpe vestina o sabellica. La sepoltura con ricco corredo riflette una società aristocratica in cui il prestigio militare e la ricchezza si tramandavano attraverso riti funebri elaborati.
L’intera statua è sorretta sui lati da due pilastri che riportano iscrizioni in lingua italica arcaica. Il pilastro alla destra della statua porta una scritta incisa verticalmente su una sola riga: MA KUPRI KORAM OPSUT ANI..S RAKI NEVI PO…M.
Scritta in alfabeto sudpiceno (una variante dell’alfabeto etrusco adattata alle lingue italiche), l’iscrizione del Guerriero di Capestrano è uno dei documenti più importanti per lo studio delle lingue preromane dell’Abruzzo. La sua interpretazione non può considerarsi ancora definitiva. Il soprintendente archeologico Adriano La Regina ha decifrato l’iscrizione, che tradotta sembra essere: “Me bella immagine fece Aninis per il re Nevio Pompuledio.”
La descrizione della statua
Le dimensioni della statua – alta oltre 2 metri – e la sua incredibile lavorazione, realizzata scolpendo un unico blocco di pietra, fanno del Guerriero uno dei simboli più importanti dell’Abruzzo.
Il guerriero è rappresentato in piedi, frontalmente, con rigida simmetria bilaterale tipica della scultura arcaica. Le braccia sono aderenti al corpo, le gambe leggermente divaricate. Non vi è alcuna torsione o dinamismo: la figura comunica autorità e immobilità monumentale, non azione. I piedi poggiano su una base; la testa è sormontata da un enorme cappello a tesa larga, un grande disco circolare posto sulla sommità del copricapo, probabilmente di cuoio o metallo, con funzione sia protettiva sia di status symbol. Lungo il corpo traspaiono due lance, un’ascia, un pugnale e una lunga spada. La schiena e il dorso sono protetti dai tipici dischi-corazza dell’epoca – i kariophylakes (paracuore) – mentre il resto del corpo è coperto da corazze ornamentali. La superficie era in origine dipinta – tracce di pigmento rosso e nero sono state individuate in fase di restauro – conferendo alla figura un aspetto ancora più imponente e solenne.
Sul collo indossa un torques con pendente centrale e terminazioni a “otto”. Sulle braccia porta delle armille, una delle quali arricchita con pendenti trapezoidali.
L’anatomia del guerriero non è definita come nei coevi kouroi greci, ma è più approssimativa, mentre molta più cura è stata dispensata nel raffigurare i dettagli delle armi, per sottolineare il rango e l’importanza del personaggio.
Il significato culturale
Il Guerriero di Capestrano è oggi considerato, oltre che simbolo dell’identità culturale abruzzese nell’antichità, uno dei capolavori dell’arte italica preromana. La sua importanza risiede in almeno tre aspetti:
- Artistico: dimostra l’esistenza di una tradizione scultorea autoctona di altissimo livello, indipendente — pur non isolata — dai modelli greci ed etruschi.
- Storico: testimonia l’esistenza di élite guerriere nell’Italia centrale del VI secolo a.C., con rituali funerari elaborati e un’identità politica consolidata.
- Linguistico: l’iscrizione in alfabeto sudpiceno è una delle fonti primarie per lo studio delle lingue italiche prelatine.
La L.R. 29 luglio 2022, n. 13 ha inserito il guerriero di Capestrano nello stemma e nel gonfalone della regione; stemma e gonfalone sono stati poi modificati dalla L.R. 27 dicembre 2023, n. 59.
I misteri
Il Guerriero di Capestrano è stato considerato per decenni e in una certa misura lo è ancora oggi, una “cattedrale nel deserto” in una “terra incognita”15. Vi è una discrasia fra l’importanza, la ricchezza, la straordinarietà di questa statua e la modestia delle sepolture presso le quali è stata trovata16.
Il videomaker e regista pescarese Alessio Consorte è l’autore del docufilm Il guerriero mi pare strano (novembre 2023), nel quale esprime dei dubbi sull’autenticità del Guerriero di Capestrano. Il regista ritiene che il Guerriero avrebbe potuto essere un “falso d’autore”, realizzato o “costruito” nel contesto degli anni Trenta per creare un simbolo potente, utile alla retorica del tempo. Sostiene inoltre di “aver avuto modo di prendere visione di una lettera pubblicata da un archeologo del Vaticano, padre Antonio Ferrua, che riporta la notizia circa la falsità del Guerriero di Capestrano, il quale sarebbe stato fabbricato ad hoc da un antiquario”. Dopo che la Regione Abruzzo ha inserito nello stemma e nel gonfalone una rappresentazione del Guerriero, la controversia è andata a finire al TAR di Pescara che ha chiesto al Ministero della Cultura di provvedere a fornire le prove sull’autenticità del reperto.
La “lettera” di padre Ferrua è giudicata del tutto inattendibile da R. Papi17, la quale prende in esame anche altri punti non troppo chiari della storia del guerriero (ritrovamento casuale, più campagne di scavi, aspettative deluse di corredi molto ricchi, esistenza di più statue maschili, reperti attribuiti alla stessa mano battuti all’asta nel ’92, nazionalità picena, origine extraterrestre, sesso, ecc.), ma in conclusione propende per la autenticità del reperto. Di un altro enigma parla A. La Regina in questo articolo.
Decisamente contrari alle tesi di A. Consorte sono gli archeologi estensori di un lungo articolo a più mani sul Guerriero. A. Di Giovanni sostiene che contestualizzando e mettendo in fila queste opere [le stele], partendo dai menhir per arrivare, in maniera graduale, alle statue a tutto tondo come il guerriero e alla dama di Capestrano le cose cambiano significativamente. Secondo A. La Regina il testo così com’è non avrebbe potuto essere immaginato prima del 1958. Questa è una prova oggettiva che l’iscrizione non poteva essere fatta prima che Gerhard Radke pubblicasse l’articolo sulla lettera O. A. Faustoferri si sofferma sulla presunta figura del falsario: siamo praticamente di fronte a un genio dell’Archeologia, perché quando ha realizzato questa statua aveva un solo elemento, come dire, di ispirazione: il disegno di Lucio Mariani18 pubblicato nel 1901 e da sempre protagonista di tutti i libri di storia e di archeologia italica.
Dove si trova
Dopo il ritrovamento, la statua fu trasferita a Roma e dal 1958 al Museo Nazionale di Chieti (Museo Archeologico Nazionale d’Abruzzo), dove è tuttora conservata ed esposta come pezzo di punta della collezione. Nel corso dei decenni è stata oggetto di successivi interventi conservativi e di studi iconografici approfonditi.
Nel 2011 una copia è stata installata a Capestrano, nel luogo del ritrovamento, come omaggio alla comunità locale e punto di riferimento culturale e turistico per la regione.
Immagine 3D del guerriero.
Il Guerriero di Capestrano ha contribuito a sovvertire consolidate concezioni storiche secondo le quali l’antico popolo italico che abitava questa regione interna dell’Abruzzo montano fosse isolato e composto di rozzi pastori, indietro rispetto ad altre civiltà del centro Italia.
Dove e cosa si può vedere degli antichi vestini
In un altro post sono indicati alcuni siti archeologici abruzzesi. Ecco un elenco di siti e musei visitabili.
- Il guerriero di Capestrano è visibile nel Museo Archeologico Nazionale d’Abruzzo “Villa Frigerj”, a Chieti, in sala espositiva appositamente progettata dall’artista Mimmo Paladino. Il museo contiene altri importanti reperti come il letto funebre della necropoli di Navelli.
- Una copia del guerriero è visibile in situ a Capestrano (AQ) presso il castello Piccolomini.
- Il sito archeologico di Peltuinum notizie video foto
- Il sito archeologico di Aufinum documento
- Necropoli di Fossa la “piccola Stonehenge d’Abruzzo”
- Il Parco archeologico “Nicola Colella” a Corfinio.

- Museo Archeologico Civico-Diocesano di Penne, ospitato nella storica sede del Palazzo Vescovile dal 2001, Piazza Duomo 8, PENNE, PE. Dispone di quattro sezioni tra cui IL MUSEO ARCHEOLOGICO “G. B. LEOPARDI” che contiene i materiali preistorici; dispone anche di una ricca biblioteca online su gelsumino.it. Il manuale di riferimento per Penne Vestina è AA. VV., Pinna Vestinorum e il popolo dei Vestini, a cura di Luisa Franchi Dell’Orto, 2010
- Museo Antiquarium “Casamarte” all’interno della Fondazione dei Musei Civici di Loreto Aprutino istituita nel 1998. Corredi tombali, armi, vasellame, gioielli, oggetti cultuali, testimoniano come i Vestini, tra il VII e il V secolo a. C. avessero raggiunto un livello di vita raffinato.
- Museo delle genti d’Abruzzo – Sala I “Antonio Mario Radmilli” L’Archeologia dalla Preistoria al Medioevo. Contiene tracce dell’uomo preistorico in Abruzzo (utensili, vasellame, tombe,…) e dell’età antica (armature, armi, ferro,…).
- Museo Civico “Luigi Chiavetta” – La sezione archeologica. Un panorama insediativo degli ultimi tre millenni.
Bibliografia minima
- Adriano La Regina, Ricerche sugli insediamenti vestini, Roma, Accademia Nazionale dei Lincei, 1968
- Tutti i testi citati come bibliografia e sitografia contengono estese bibliografie sull’argomento, anche molto specifiche.
Sitografia
- Adriano La Regina, Il guerriero di Capestrano e le iscrizioni paleosabelliche.
- Neri, Calderini, L’iscrizione sul “Guerriero di Capestrano”
- Atlante-del-Regno-di-Napoli
- Stéphane Bourdin, Sites de hauteur des Vestins et des Péligniens
- Giacomo Devoto, Gli Antichi Italici
- G. Micali, Storia degli antichi popoli italiani, 1836
- G. Tagliamonte, I Vestini e il loro territorio dalla preistoria al medioevo.
- https://vesgens.wordpress.com
- Cicciari – Tomasetti Il ritrovamento del mammoccio ovvero del Guerriero di Capestrano, 2021
- Andrea Di Giovanni, Il guerriero di Capestrano
- Raffaella Papi, Guerrieri di Capestrano: uno, due, tre, quattro o nessuno?
- https://abruzzoforteegentile.altervista.org/lo-strano-caso-del-guerriero-di-capestrano-il-giallo-del-re-di-pietra/
- Giuseppe Moretti Il guerriero di Capestrano
- Anna Dionisio Alcune osservazioni a proposito dell’iscrizione del Guerriero di Capestrano
- O. Menozzi D. Fossataro S. Torello Di Nino V. D’Ercole, Aufinum: città e necropoli
- https://www.istitutografico.com/articoli/articoli/Il guerriero di Capestrano
- Stéphane Bourdin, Il territorio dei vestini cismontani: dagli insediamenti d’altura alle praefecturae, Atti del IV Convegno Internazionale di Studi Veleiati, Veleia-Lugagnano Val d’Arda, 20-21 Settembre 2013, a cura di Pier Luigi Dall’Aglio, Carlotta Franceschelli, 2013, pp. 299 – 311
- Alberta Martellone, Tombe a camera con letti in osso della necropoli di Incerulae a Navelli (aq) nel quadro della produzione abruzzese, 2014
- AA. VV., Pinna Vestinorum e il popolo dei Vestini, a cura di Luisa Franchi Dell’Orto, 2010
- Tagliamonti, La terribile bellezza del guerriero
- Elisa Cella Il Guerriero di Capestrano. Co-authored with V. d’Ercole, published in AA.VV. Guerrieri e Re dell’Abruzzo antico. Warriors and Kings of ancient Abruzzo. A cura di Maria Ruggeri Giove. Carsa Edizioni, Pescara, 2007, pp. 32-45 (with translation in english “The warrior of Capestrano, pp. 90-93).
- Vincenzo D’Ercole. Due fratelli e molti misteri. In Archeo, 10 Marzo 2022
- Vincenzo D’Ercole – I popoli italici d’Abruzzo. Dall’età del Bronzo alla romanizzazione. 2023, Antiqua Res Edizioni
- Quaderni di Archeologia d’Abruzzo. Notiziario della Soprintendenza per i Beni Archeologici dell’Abruzzo. 1/2009
- Quaderni di Archeologia d’Abruzzo. Notiziario della Soprintendenza per i Beni Archeologici dell’Abruzzo. 2 /2010
- Quaderni di Archeologia d’Abruzzo. Notiziario della Soprintendenza per i Beni Archeologici dell’Abruzzo. 3/2011
- Quaderni di Archeologia d’Abruzzo. Notiziario della Soprintendenza per i Beni Archeologici dell’Abruzzo. 4/2012
- Quaderni di Archeologia d’Abruzzo. Notiziario della Soprintendenza per i Beni Archeologici dell’Abruzzo. 5/2013-2015
- Giacomo Devoto, Gli antichi Italici, p. 164-5, 1931, link ↩︎
- Il termine Ethnos (dal greco ἔθνος) si riferisce tradizionalmente a un gruppo di persone che condividono le stesse origini, lingua e tradizioni culturali ↩︎
- Tito Livio, VIII, 29, I, vedi Adriano La Regina, Il Guerriero di Capestrano e le iscrizioni paleosabelliche, in Pinna Vestinorum e il popolo dei Vestini, a cura di Luisa Franchi Dell’Orto, 2010, p. 232, link. ↩︎
- A. La Regina, Il Guerriero di Capestrano e le iscrizioni paleosabelliche, in Pinna Vestinorum e il popolo dei Vestini, a cura di Luisa Franchi Dell’Orto, 2010, p. 238, link. ↩︎
- Tito Livio, Ab Urbe condita libri, VIII, 29. ↩︎
- Giacomo Devoto, Gli antichi Italici, p. 126 e segg. ↩︎
- A.R. STAFFA (2003), Nuove acquisizioni dall’area vestina trasmontana (secc. VI-V a.C.), in Atti del XXII Convegno di Studi Etruschi e Italici, Ascoli Piceno, Teramo, Celano, Ancona, Aprile 2000, Firenze 2003, p. 555, link ↩︎
- Tito Livio, Ab Urbe Condita – Libro VIII, XXIX ↩︎
- cfr I Vestini tra L’Aquila e Onna ↩︎
- Vincenzo D’Ercole, Per una definizione della koinè culturale vestina, in I Vestini e il loro territorio dalla preistoria al medioevo, 2014 link ↩︎
- A.R. STAFFA (2010), Vestini transmontani, in AA. VV., Pinna Vestinorum e il popolo dei Vestini, a cura di Luisa Franchi Dell’Orto, 2010 ↩︎
- Vestinorum Angulani, Pennienses, Peltuinates, quibus iunguntur Aufinates Cismontani. ↩︎
- D’Arpizio – Gabriele, Città Sant’Angelo ipotesi di un racconto per immagini, 1991, p. 27 ↩︎
- A.R. STAFFA (2010), Vestini transmontani, in AA. VV., Pinna Vestinorum e il popolo dei Vestini, a cura di Luisa Franchi Dell’Orto, 2010 ↩︎
- Raffaella Papi, Guerrieri di Capestrano: uno, due, tre, quattro o nessuno?, p. 5 ↩︎
- A. La Regina, Il Guerriero di Capestrano: questioni di identità etnica ↩︎
- Raffaella Papi, Guerrieri di Capestrano: uno, due, tre, quattro o nessuno? p. 14 ↩︎
- Lucio Mariani – Aufidena, ricerche archeologiche e storiche nel Sannio settentrionale. In Monumenti antichi dei Lincei, 10, p. 225-638. ↩︎

