Ei fu in Abruzzo

Oggi è il 5 maggio 2021 e in tutta Europa si ricordano i 200 anni dalla morte di Napoleone Bonaparte. Ma a noi piace ricordarlo con l’incipit dell’ode Cinque maggio di Manzoni, composta di getto alla notizia della morte di Napoleone (5 maggio 1821), la cui vicenda terrena viene rievocata con forti accenti epici. Ei fu. Siccome immobile… Il ritratto del potente sconfitto e umiliato che al termine della sua vita approda alla fede religiosa, comprendendo infine la propria vicenda terrena nell’ordine provvidenziale della storia.

Qui non vogliamo esaminare la sua complessa figura storica, non vogliamo rispondere alle domande tipo era un liberale o un conservatore, un rivoluzionario o un restauratore, un genio militare o un guerrafondaio, un liberatore di popoli o un conquistatore, un figlio della rivoluzione o un controrivoluzionario: le tante sfaccettature della breve ma intensa carriera non permettono distinzioni nette. Né vogliamo soffermarci sulla metafora della sua parabola politica e personale che, come succede molto spesso, è a senso unico, dal basso verso l’alto senza ritorno; né vogliamo dissertare sulla sua psicologia tipicamente francese di stare sempre al centro della scena.

Napoleone ha sconvolto tutta l’Europa ed anche l’Italia, dove pare si trovasse molto a suo agio. Anche l’Abruzzo è stato toccato da questi sconvolgimenti politici e dinastici in particolare dal 1806 al 1814. L’Abruzzo fu invaso dai Francesi per due volte consecutive: nel 1798 e, per un tempo più lungo, nel 1806. Vogliamo semplicemente accennare a cosa successe in Abruzzo in questo periodo.

Ei fu in Abruzzo?

Pare che Napoleone non sia mai venuto in Abruzzo, anche se al Castello di Salle è visitabile una camera in stile impero dove si dice abbia dormito Napoleone Bonaparte. Sono passati invece suoi eserciti, non sempre ben accolti, e nel regno di Napoli sono saliti al trono due suoi fiduciari come Giuseppe Bonaparte, poi destinato alla Spagna, e Gioacchino Murat, che ha tentato di far sopravvivere il regno di Napoli anche dopo la caduta di Napoleone, ma senza successo.

Qualche anno prima c’era stata una esperienza di rivolta rivoluzionaria con la Repubblica Vastese, una repubblica proclamata a Vasto nel 1799 ed esistita per breve periodo sull’onda della prima campagna d’Italia (1796-1797) delle truppe della Prima Repubblica francese dopo la Rivoluzione. L’esperienza è durata cinque mesi anche con modalità non del tutto pacifiche, poi tornarono i Borboni, poi nel 1806 i francesi fino alla restaurazione.

Invasione del 1799

Il 3 dicembre 1798 ha inizio l’occupazione militare d’Abruzzo da parte dei Francesi, che da Pescara marciavano verso Sulmona per poi continuare verso Napoli. Il comando francese era affidato al Generale Filiberto Duhesme. Gli abruzzesi rimangono fedeli al borbone, e sentono alto il valore della patria e della religione; iniziano ad armarsi spontaneamente e ad aggregarsi in piccole bande attorno ai cosiddetti capimassa. Il Duhesme divide le sue truppe in 3 colonne: tutte marceranno su tre direzioni diverse per ricongiungersi a Sulmona e di lì proseguire con altri reggimenti francesi verso Napoli.

La colonna condotta dal Gen. Rusca deve attraversare la Valle Peligna e arrivare a Sulmona il 15 Gennaio 1799. I francesi, che fino ad allora ebbero una facile avanzata senza resistenza, dopo il sacco tremendo e sanguinoso di Popoli iniziarono ad avanzare verso la Valle Peligna. Nel contempo, il capomassa Giuseppe Pronio di Introdacqua aveva radunato circa 700 uomini per sbarrare la strada alla colonna francese. Il barone di Roccacasale Giuseppe Maria De Sanctis, che rientrava a Roccacasale con i suoi cavalieri dopo le battaglie del pescarese, venne avvicinato dal Pronio che gli offrì il comando del suo piccolo esercito popolare.

Si preparava in quei giorni del dicembre del 1798 l’offensiva ai francesi che si preparavano ad entrare nella Valle Peligna. I Francesi, dopo il sacco di Popoli, avanzavano nella Gola di Intramonti, dall’alto del bosco circostante, l’attuale complesso che domina la valle sottostante e l’ingresso nella Valle Peligna, inizia una fiera sassaiola con l’ausilio di fucili e sciabole, si dà inizio ad un forte attacco alla colonna francese. La resistenza all’avanzata francese durò 5 giorni ma fu tutto reso vano dall’arrivo dei rinforzi inviati dal Generale Duhesme.

Questa battaglia passerà alla storia come la battaglia di San Terenziano. Il 5 Gennaio 1799, sabato, i francesi sbaragliano la resistenza delle truppe del Barone De Sanctis e del Pronio e entrano nella Valle Peligna, per ritorsione assaltano l’abitato di Roccacasale e il castello che era rimasto sguarnito di un’opportuna difesa.

I Francesi dilagano nelle vie del paese uccidendo a colpi di sciabola e fucile quanti incontrarono e dando alle fiamme il castello di Roccacasale dopo averlo depredato. Tutti gli abitanti del castello, per lo più donne e bambini parenti del Barone De Sanctis impegnato nella battaglia di San Terenziano, furono uccisi. Fra i cittadini dopo il passaggio dei Francesi si contarono 17 vittime, fra le quali Don Donato Taddei il quale con la croce in mano uscendo dalla chiesa di San Michele Arcangelo e intimando ai Francesi in nome di Dio di fermarsi fu colpito da un colpo di sciabola che lo decapitò. (fonte)

Le truppe napoleoniche nel 1799, invasero l’Abruzzo Citeriore guidate dal generale Coutard. Prevedendo tutto ciò gli abruzzesi avevano raggruppato un esercito comandato da Pronio di Introdacqua. Guardiagrele però si oppose alla richiesta di sottomissione dell’esercito Francese, che inizia la battaglia il 25 Febbraio 1799. Tutti i cittadini guardiesi, dai 18 ai 60 anni, erano pronti a difendere la patria impugnando armi e rispondere al fuoco nemico, sperando nell’aiuto del Gen. Pronio, che si trovava lontano per altri affari, e sull’aiuto delle terre vicine. Ma Guardiagrele, tradita da tutti, combattè il nemico con le sue sole forze. Il generale Coutard però si fermò sulla pianura di Piana S. Bartolomeo, resosi conto dell’impresa difficile, attaccare la fortezza era impossibile. Cosi, consultando i suoi ufficiali, Coutard pensò di inviare due di essi (italiani al servizio dell’esercito francese) per risolvere in modo bonario la situazione, con la sottomissione dei guardiesi sarebbe stato molto più facile, senza morti e senza un ferro e fuoco. (fonte)

Invasione del 1906

Con decreto imperiale 30 mar. 1806 Napoleone affida la corona del Regno di Napoli, dichiarato indipendente, al fratello Giuseppe Bonaparte; si delineano subito insorgenze antifrancesi con una mobilitazione delle masse, già sperimentate nel 1799. Con la l. 8 ago. 1806 si organizza il territorio del Regno di Napoli in quattro dipartimenti, Terra di Lavoro, Capitanata, Abruzzo e Calabria, e questi in tredici province, Napoli, tre Abruzzi, due Calabrie, due Principati, Terra di Lavoro, Capitanata, Bari, Otranto e Basilicata; … viene uniformata l’organizzazione dei comuni, con sindaci, amministratori e Consigli comunali (Decurionati) eletti dalle assemblee o parlamenti comunali (poi sorteggiati tra i proprietari locali, in base a l. 18 ott. 1806), anche se rigidamente controllati dalle amministrazioni di livello superiore; … seguono ulteriori provvedimenti sulla giustizia e, con decreto 22 giu. 1808 viene adottato il Codice napoleonico; con decreto 29 mar. 1807 viene introdotta la leva obbligatoria, mentre si cerca di ricostituire un esercito nazionale; destinato al trono di Spagna, Giuseppe Bonaparte, in data 20 giu. 1808, emana da Bayonne uno “statuto costituzionale del Regno” che in 11 articoli delinea le norme per l’ordinamento dello Stato e della Corona, stabilendo la religione cattolica come religione di Stato a seguito di un trattato del 5 lug. 1808 tra Napoleone e Giuseppe Bonaparte, l’imperatore cede al fratello tutti i suoi diritti alla corona di Spagna e delle Indie, mentre Giuseppe restituisce i suoi diritti alla corona delle Due Sicilie; con successivo trattato del 15 luglio si assegna a Gioacchino Murat, grande ammiraglio di Francia, il regno delle Due Sicilie; il 12 ago. 1808 Murat arriva a Napoli e assume i poteri il 15 seguente; nel mese di ottobre Murat riconquista Capri, occupata dagli inglesi, e pensa immediatamente a una spedizione in Sicilia, per la quale tuttavia non ottiene l’assenso dell’imperatore; la difficile posizione del Murat, consapevole della sudditanza del Regno alla Francia, avvia un progressivo incrinarsi dei rapporti con Napoleone;… Murat, che non sembra ancora avere un disegno di monarchia italiana sotto di lui; … il delinearsi della sconfitta di Napoleone e la stipulazione della Quadruplice alleanza (Gran Bretagna, Russia, Prussica e Austria) il 6 apr. 1814 per gestire il nuovo assetto europeo indeboliscono ulteriormente la posizione di Murat. I vincitori decidono di affidare a un Congresso delle potenze il futuro assetto dell’Europa, esiliando Napoleone all’isola d’Elba; accordi segreti stabiliti il 30 maggio prevedono la decadenza di tutti i regnanti della famiglia Bonaparte e la rivendicazione da parte dei Borboni che alla loro Casa vengano restituite la Spagna, Napoli e Parma, mentre il papa reclama le Marche occupate dai napoletani e le Legazioni occupate dagli austriaci; in sostanza sia il papa che tutte le potenze europee sono ostili al Murat, il quale riallaccia rapporti con Napoleone e ne appoggia il progetto avventuroso, nella convinzione di poter a sua volta realizzare il proprio disegno italiano; nell’aprile 1815 Murat risale la penisola, stabilendo il quartier generale ad; alla fine di marzo aveva annesso le Marche con i distretti di Urbino, Pesaro e Gubbio; l’Inghilterra, il 9 aprile, e l’Austria il 12 gli dichiarano guerra, quando tutta la penisola fino alla Toscana, all’Emilia e alle Romagne erano cadute in suo potere; dal 15 aprile inizia il ripiegamento che culmina nello scontro di Tolentino (4 mag. 1815) quando già sono perdute la Toscana e Roma e gli austriaci invadono l’Abruzzo; nello Stato si agitano rivolte di Carbonari, mentre ai primi di maggio viene resa nota una costituzione pubblicata da Murat a Rimini il 30 marzo; ma ormai gli austriaci sono a Capua, sei province sono in mano ai Borboni e le altre sembrano attendere il re Ferdinando, pronto a salpare da Messina; affidato l’incarico del comando dell’esercito al Carascosa che con il Colletta deve trattare con i vincitori, Murat lascia Napoli nella notte tra il 19 e il 20 maggio; il 20 maggio viene concluso un armistizio con gli austriaci e gli inglesi che è in sostanza una resa completa con la consegna del Regno ai vincitori, salvo Ancona, Pescara e Gaeta in cui si trovano ancora truppe muratiane. (fonte)

Il brigantaggio

Il fenomeno del brigantaggio nel periodo dell’invasione francese nel sud Italia ha certamente interessato anche l’Abruzzo, che con le sue montagne fungeva da riparo alle numerose masse di contadini, incitate a combattere contro gli invasori transalpini. Durante le due invasioni il Re Ferdinando IV con un proclama aveva incitato la popolazione ad opporsi all’invasione con tutte le proprie forze e con tutti i mezzi a disposizione e durante la prima ondata in molti accolsero l’incitazione del sovrano.

L’insorgenza avvenuta alla fine del 1700 vide la partecipazione di tutti gli strati sociali . Nel 1806 invece, durante la seconda occupazione del Regno qualcosa iniziò a cambiare poiché nel frattempo molti equilibri erano variati e anche perché molti tra gli anti-francesi erano passati alla sponda opposta, accettando le condizioni degli invasori.

I ricchi possidenti locali accettarono gli svariati compromessi imposti dai Francesi e per questo abbandonarono alla propria sorte i contadini abruzzesi che sino ad allora avevano combattuto con coraggio sulle loro ripide montagne. I Francesi usarono da allora chiamare le masse organizzate di contadini con il nome di briganti; con questo appellativo essi volevano a tutti i costi criminalizzare la controparte, ridicolizzarla, renderla agli occhi di tutti sovversiva e terrorista. I briganti erano perciò per i Francesi coloro che congiuravano contro lo Stato contestandone la legittima esistenza.

Molti furono i contadini abruzzesi che contribuirono alle sanguinose lotte contro gli invasori. In essi non vi era ancora la coscienza di appartenere ad un organismo nazionale, non sapevano cosa significasse sentirsi tutelati da un potere maggiore che fosse in grado di proteggere i loro ben pochi averi. Il Regno di Napoli infatti era talmente vasto da non poter consentire alcuna protezione ai sudditi che ne facevano parte ed in più versava in condizioni disagiate, con uno squilibrio di dimensioni notevoli tra la città capitale, Napoli appunto, ed il resto del vastissimo territorio circostante, costituito per lo più da piccoli borghi abbarbicati sulle montagne, del tutto estranei alle decisioni politiche ed agli intrighi delle nobile case regnanti.

È questi contadini che bisogna ringraziare allorché ci si soffermi a rileggere le pagine di una storia non troppo lontana, non di certo i nobili signorotti che si tirarono presto indietro, né tantomeno i parroci o le autorità locali. Fu la gente povera e senza istruzione che con umiltà e coraggio combatté senza sosta sulle montagne dell’Abruzzo, le stesse bellissime ed impervie montagne degli odierni parchi naturali e delle escursioni che allora furono teatro di guerra contro i violenti invasori francesi. (fonte)

La via Napoleonica

Di Murat ci resta oggi la Via Napoleonica, ossia la strada che segue da Sulmona la valle del Gizio per giungere
fino al Piano delle Cinquemiglia. Utilizzata sin dall’antichità e nel medioevo, fu oggetto di lavori che vennero eseguiti tra la fine del XVIII e l’inizio del XIX secolo, e completati sotto il regno di Gioacchino Napoleone Murat (1808-1815), ragione per cui è ancora oggi indicata con la denominazione di “strada Napoleonica”. Così ristrutturata, la strada registrò un aumento del traffico. Vi passava per ben due volte a settimana il servizio di posta veloce (“Messaggeria degli Abruzzi”). Una locanda, posta nel territorio di Pettorano all’inizio della ripida salita verso Roccapia, garantiva ristoro e cambio dei cavalli, oltre ad essere un punto di controllo del traffico.
A partire dalla fine del XVI secolo il fenomeno del banditismo e del brigantaggio seminò terrore anche lungo questa strada. Spesso i convogli dei passeggeri e delle merci dovevano essere scortati dall’esercito tra Pettorano e Roccapia, per scampare il pericolo degli agguati. Nonostante ciò, risultano essere molte le notizie documentarie di assalti da parte dei briganti alle diligenze e gli scontri di questi con l’esercito. Vanno ricordati almeno due principali capibanda, Marco Sciarra e Santuccio di Froscia, che furono attivi in questa zona il primo verso la fine del XVI secolo ed il secondo alla fine del XVII. (fonte)

Dunque la regione Abruzzo si mostra poco ricettiva delle idee rivoluzionarie, insofferente alla conquista francese nonostante la ventata libertaria che inizialmente pareva guidarla. Gli abruzzesi rimangono fedeli ai Borboni e sentono alto il valore della patria e della religione; la nobiltà si adatta gattopardescamente ai nuovi dominanti con cui arriva sempre a compromessi. Dopo 200 anni la situazione non è cambiata molto.

Link utili

Bibliografia

  • Emanuele Pagano, Enti locali e Stato in Italia sotto Napoleone. Repubblica e Regno d’Italia, 1802- 1814, Roma, Carocci, 2007
  • Roberto Carlini, CIVITELLA DEL TRONTO 1806-1810
  •  Roberto Carlini, “Briganti in Fuga. 1798-1815. Carboneria e Brigantaggio in Abruzzo durante il Decennio Francese
  • Francesco Barra, Il brigantaggio del Decennio francese (1806-1815), studi e ricerche, Plectica editrice, 2003
  • AA VV, RIVOLUZIONE FRANCESE E GOVERNO NAPOLEONICO IN ABRUZZO (1789-1815). DALLA RINASCENZA TERAMANA AL RIFORMISMO MURATTIANO, Libreria Bacbuc, 1992
Ei fu in Abruzzo
From 1815 to 1821 during his exile on St Helena Island, Napoleon Bonaparte lived at Longwood House. Today the building is a museum owned by the French government.

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